🌱 #33 Dalla memoria delle saline, una canzone dei Lero Lero

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🌱 #33 Dalla memoria delle saline, una canzone dei Lero Lero
Salinai siciliani. Foto: Museo del Sale di Trapani

Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sui luoghi più bistrattati, preziosi e nascosti.

Io sono Marco Boscolo, giornalista e co-fondatore di FACTA, e vi scrivo mentre torno verso Bologna da Torino. Martedì sera sono stato ospite di Controcampi, un ciclo di incontri sul colonialismo, e con Elena Canadelli (direttrice del Museo Botanico di Padova) e Maria Consolata Siniscalco (direttrice dell’Orto Botanico dell’Università di Torino, abbiamo parlato dei Giardini dell’Impero. 

Vista della città dalla torre panoramica di Palazzo Madama: si vede la mia inabilità a fare i selfie. Comunque quello sullo sfondo è il Palazzo Reale.

È la prima volta che scrivo la parte principale di Paludi e voglio iniziare con un “grazie”, perché poche settimane fa abbiamo lanciato la prima edizione di FACTA Lab, il nostro percorso di formazione sul giornalismo investigativo ambientale e abbiamo ricevuto una quantità di proposte che non ci aspettavamo! Grazie davvero!

Lunedì scorso si è tenuto anche il primo incontro di formazione online ed è servito per conoscere i progetti che sono stati selezionati. Ma nelle prossime settimane avremo modo di parlarne ancora, per cui, rompiamo gli indugi e cominciamo con la parte più succosa della newsletter!

Buona lettura!

Marco

Cantare il sale

«Qualche anno fa abbiamo iniziato a farci domande che non erano più estetiche, ma esistenziali: chi siamo, oggi, come siciliani e come artisti siciliani? Alcune risposte sono arrivate scavando negli archivi sonori di sessanta o settant’anni fa. È stato uno shock».

A parlare è Fabio Rizzo, chitarrista e produttore palermitano che con il cantautore Alessio Bondì e Donato Di Trapani ha fondato il collettivo Lero Lero. Li ho incrociati per una strada laterale: la mia carriera di giornalista, prima di arrivare ai temi ambientali, è passata per la musica. Ancora oggi, ma in misura molto contenuta, continuo a occuparmene per SentireAscoltare, storico magazine online indipendente. È lì che ho letto la recensione del loro disco. L’ho ascoltato e mi sono fermato su un brano: I Salinai. Un canto delle saline, cioè di una delle nostre amate zone umide protagoniste di questa newsletter, basato su una registrazione di un canto di lavoro di salinai dell’area del trapanese conservato negli archivi sonori regionali.

Per decenni, quel materiale è rimasto nei cassetti delle università. «C’è stato un mancato passaggio del testimone durato un paio di generazioni», racconta Alessio. «Tra i musicisti della nostra città questa materia è quasi sconosciuta». Sono le registrazioni sul campo di Alan Lomax e Diego Carpitella negli anni Cinquanta e delle spedizioni successive. Proprio perché rimaste in ambito accademico, quelle voci si sono salvate dalle logiche turistiche e discografiche. 

C’è chi ci ha provato, certo. «Negli anni Settanta Rosa Balistreri è stata la nostra Bob Dylan», dice Fabio. «Oggi però ci confrontiamo con queste cose in maniera post-ideologica. Non vogliamo vestire i panni dei carrettieri o dei pastori che non potremmo mai essere: usiamo questi timbri e modi di cantare per restituirli a modo nostro».

Il collettivo ha scelto alcune delle testimonianze più integre e interessanti, scartando i nastri troppo rovinati, e ha decifrato il dialetto con i suoi termini arcaici. Dove le parole si perdevano, Fabio ha costruito collage con altre ottave siciliane - la forma in otto versi più ricorrente del canto dell’isola - «un po’ come l’haiku in Giappone», spiega Alessio. Il suono, invece, rompe con il folk: chitarra palermitana microtonalizzata, chitarra battente, percussioni, l’elettronica di Donato.

Dietro c’è un’idea di identità tutt’altro che rigida. «Siamo figli del lutto culturale e della cementificazione delle città», dice Fabio. «Saltata la continuità, siamo liberi di danzare questo lutto, rifiutando le identità codificate a tavolino, come quelle delle compagnie folkloristiche fasciste. Il nostro è un dialogo sui relitti e sui lutti condivisi da popoli diversi, contro ogni idea di supremazia o sovranismo». Una forma di biodiversità culturale, azzardo. «Assolutamente sì».

Quella cementificazione, del resto, l’hanno vissuta sulla propria pelle. Fabio è cresciuto nella Palermo degli anni Ottanta, «tra l’asfalto dei garage, con le bombe di mafia vicine a casa», e solo ora, grazie a questa ricerca, sta riscoprendo «la visione cosmica» della nonna contadina. Alessio sorride attraverso lo schermo della videochiamata: «Mia nonna per me è Eraclito!».

E arriviamo alle saline. La canzone dei salinai è un canto di lavoro di Trapani che serviva a contare le ceste di sale: una filastrocca in rima, intervallata da improvvisazioni e commenti sui lavoratori. Dentro la conta si apre uno squarcio di vita: il salinaio racconta di essere stato ingaggiato dal capomastro Campanella e pagato con pane, cipolla e gusci di nocciola. «Le saline sono luoghi sospesi tra terra, mare e cielo», dice Alessio, «e la melodia riflette quell’ambiente». La stessa sospensione di tutte le zone umide costiere: non più terra, non ancora mare.

Il canto viene dalle registrazioni fatte nei primi anni Settanta da Elsa Guggino, docente di Storia delle tradizioni popolari all’Università di Palermo, «la nostra Alan Lomax siciliana», dice Fabio. Poi aggiunge che Guggino è mancata proprio la mattina della nostra conversazione. È una coincidenza che chiarisce tutto. Un’eredità non si conserva solo in un archivio: va rimessa in circolo, ascoltata di nuovo, trasformata. Perché a volte, per sapere chi siamo, basta tendere l’orecchio a una voce che conta le ceste di sale, in mezzo a una palude.

Lero Lero, copertina dell'omonimo album che contiene anche la traccia Salinai

La Pac che lascia indietro i piccoli agricoltori

Ci sono storie che, una volta cominciate a seguire, non ti lasciano andare. Per noi, la storia sulla piccola agricoltura è una di queste.

Io sono Giulia Bonelli, co-fondatrice di FACTA, e non troppo tempo fa vi raccontavo dell’incontro che abbiamo organizzato in Umbria all’azienda agricola Janas per far dialogare piccola agricoltura, giornalismo indipendente e arte. 

Prima ancora, avevamo condiviso con voi l’inchiesta Non è un’agricoltura per piccoli, realizzata da FACTA insieme a IrpiMedia, sugli ostacoli che le piccole aziende agricole incontrano nell’accesso ai fondi della Politica agricola comune (Pac).

Da allora abbiamo continuato a raccogliere voci, dati e testimonianze. Abbiamo preparato un questionario (che è ancora aperto e a cui si può rispondere qui) e intervistato altre persone che lavorano nel mondo agricolo. Volevamo capire meglio perché un sistema che sulla carta dovrebbe favorire un’agricoltura attenta alla transizione ecologica venga percepito come così distante, spesso inutile, improntato sugli interessi delle (poche) grandi e grandissime aziende agricole. 

Insieme alla collega Anna Violato, Abbiamo raccolto il quadro di una frustrazione diffusa: c’è chi si trova a spendere in consulenze e pratiche burocratiche quasi quanto potrebbe ricevere, chi non riesce a far riconoscere gli investimenti necessari per coltivare in modo sostenibile e chi rinuncia per troppa burocrazia. 

Ma il problema non si ferma ai campi e alle domande di finanziamento. Seguendo il percorso che ha portato alla definizione dell’ultima Pac, abbiamo ricostruito anche come si sono svolti i negoziati in Italia, l’assenza di trasparenza e la “finta” partecipazione, a scapito di misure che potessero davvero sostenere le pratiche agricole più sostenibili.

Riunione del Consiglio dei ministri della Comunità Economica Europea a Bruxelles, durante i negoziati per la politica agricola comune del 1962. Crediti: Consiglio dell'Unione Europea.

FACTA in giro

Questi giorni sono un po’ più calmi di quelli passati, quando abbiamo girovagato per mezza Italia. Lunedì proseguono gli incontri per le persone selezionate nel nostro FACTA Lab, in attesa dell’incontro in presenza a Bologna il 12 novembre prossimo.

🌱 Vi anticipiamo anche una data e un luogo da segnare in agenda: l’8 novembre (ore 17:30) saremo a Treviso per una proiezione del documentario Paludi, che continua passo dopo passo a girare per l’Italia. Saremo ospitate da 4 Passi Festival dell’economia circolare e sostenibile. Ma avremo modo di parlarne un po’ di più la settimana prossima. Cogliamo l’occasione, però, per ricordarvi che se volete proiettare il documentario e organizzare un incontro potete sempre scriverci a paludi@facta.eu: incontrarci di persona è sempre bellissimo!


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Alla prossima palude!

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