🌱 #13 Antropologia delle zone umide

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🌱 #13 Antropologia delle zone umide
Ponte Barca, Sicilia. Foto: Paolo Gruppuso

Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.

Io sono Giulia Bonelli, giornalista e co-fondatrice di FACTA, e mentre scrivo il numero di oggi di Paludi le mie colleghə stanno tenendo il workshop From data and satellites to stories: intersections between journalism, science and art alla SISSA di Trieste, dove si sta parlando molto anche di zone umide attraverso una lente interdisciplinare.

Ed è proprio di interdisciplinarietà che voglio parlarvi oggi. Quella che emerge da un ambito di ricerca ancora poco conosciuto, ma estremamente affascinante: l’antropologia delle zone umide.

Lo facciamo con uno studioso che sta sviluppando questo approccio, che ci racconta un po’ le sue ricerche sulle zone umide dove storia, cultura, scienza e immaginario si incontrano.

Buona lettura!

Giulia

Elisabetta Tola (FACTA) e Roberto Trotta e Andre Joshua Scaffidi presentano i primi risultati del progetto Unwetlands durante il workshop alla SISSA di Trieste (20-21 maggio)

Storie: l'antropologo delle zone umide

“Mai civiltà è sorta sulla palude”. Questa frase solenne viene recitata nel documentario Padre Simeto ed i suoi figli, anno 1962, prodotto dall’Istituto Luce e ambientato nei dintorni del Simeto, uno dei principali fiumi della Sicilia. Il documentario celebra la trasformazione del fiume e la bonifica della Piana di Catania, ricorrendo a modelli retorici tipici del fascismo.

Foce del Simeto. Foto: Paolo Gruppuso

A segnalarci questa chicca storica è Paolo Gruppuso, antropologo, ricercatore al Rachel Carson Center for Environment and Society dell’Università di Monaco (LMU). 

Conosciamo virtualmente Paolo poco dopo la nascita di Paludi: come molti di voi, compila il nostro questionario (che resta sempre aperto, se volete contribuire!) e ci regala forse la più bella e completa definizione di palude. L’abbiamo riportata nel secondo numero della newsletter, e la ricordiamo anche qui:

Un intreccio di relazioni socio-ecologiche fondamentali dal punto di vista ambientale, che ha avuto un ruolo cruciale nella storia e nelle economie del Mediterraneo che nel '900 ha subito un progressivo processo di marginalizzazione e degrado. 
Paolo Gruppuso, Università di Monaco 

Qualche tempo dopo, sento Paolo durante una lunga chiacchierata online. E mi si apre un mondo: quello dell’antropologia delle zone umide

Ricercatore versatile e sempre in movimento, Paolo Gruppuso trova nelle wetlands l’espressione perfetta di un ambiente dove la storia umana si intreccia in modo inscindibile con la storia dei luoghi. 

«Possiamo pensare alla zona umida non solo come un ecosistema o come ambiente di vita, ma come una categoria analitica che può dirci qualcosa sull'epoca in cui viviamo e sulle nostre relazioni con l'ambiente», dice. 

Tra i suoi vari pellegrinaggi scientifici, a fine 2024 Paolo Gruppuso torna a Monaco di Baviera con una fellowship proprio per sviluppare un’antropologia delle zone umide. Il progetto si chiama ReWet (“Rethinking Wetlands”), e l’obiettivo è analizzare il ruolo delle zone umide da una prospettiva storica, ecologica, sociale e antropologica. 

Vuoi suggerirci anche tu una palude da raccontare? Rispondi direttamente a questa mail: non vediamo l’ora di entrare in contatto!

Il progetto ReWet attraversa diverse wetlands del Mediterraneo per ricostruire in che modo attività tradizionali come pesca, allevamento, raccolta del sale e agricoltura abbiano contribuito a modellare questi ecosistemi molto prima dell’arrivo delle moderne politiche di conservazione.

Un approccio che risuona moltissimo con ciò che cerchiamo di fare attraverso questa newsletter, perché prova a superare la contrapposizione tra tutela ambientale e presenza umana. Raccontando invece le zone umide come paesaggi complessi, abitati e in continua trasformazione.

Una parte del progetto ReWet è dedicata alla Sicilia. Qui Paolo Gruppuso nel 2023 trascorre diversi mesi, vivendo e lavorando in una piccola fattoria di permacultura situata lungo il fiume Simeto (sì, proprio quello che citavo in apertura). L’antropologo si stabilisce nei pressi della traversa idraulica di Ponte Barca, sotto le pendici dell’Etna. Contribuendo, tra le altre cose, al progetto europeo Biotraces, che studia il rapporto tra società e biodiversità lavorando su nove casi studio in tutta Europa (tra cui, appunto, il Simeto).

Oasi di Ponte Barca a Paternò, tra acque del Simeto. Foto: Paolo Gruppuso

Durante il periodo siciliano, Paolo lavora  a stretto contatto con agricoltori e allevatori, osservando ad esempio come il pascolo brado interagisca positivamente con l'ecosistema fluviale, aiutando a tenere puliti gli spazi per l’acqua ed evitando l’interrimento. Allo stesso tempo, conduce un’importante ricerca storica presso l’archivio comunale di Paternò per mappare le pratiche di pesca dimenticate.

Tra ricerca d’archivio e lavoro sul campo, Paolo Gruppuso riporta alla luce un passato in gran parte dimenticato, in cui il fiume Simeto si inseriva all’interno di un sistema complesso di aree umide. «Come racconta bene Roberto De Pietro, la Piana di Catania, sostanzialmente dal sud di Catania fino a Lentini, era in buona parte occupata da un mosaico di ambienti palustri e fluviali più o meno permanentemente allagati. Questo fino alla fine dell'800, inizi del 900, momento in cui sono iniziate le pesanti opere di bonifica», spiega Paolo Gruppuso. 

Illustrazione che mostra come il fiume Simeto abbia scavato la lava ai piedi dell’Etna, tratta da Principles of Geology di Charles Lyell (1830–1833). Fonte: New York Public Library

Ed è così, ricostruendo la storia delle wetlands e il loro ruolo per l’evoluzione umana, che il ricercatore delinea la cornice teorica della sua antropologia delle zone umide. «Una dimensione che traccia connessioni dal punto di vista storico, dal punto di vista socio-ecologico, dal punto di vista dell'immaginario delle zone umide», conclude Paolo. 

Paolo Gruppuso sulle sponde del fiume Simeto. Foto: Alessandro Rippa

Questo lavoro, come sappiamo bene anche noi, non si ferma mai. Attualmente ilterreno di studio dell’antropologo è la Sardegna, e in particolare l’Oristanese, dove sta studiando la complessa gestione delle zone umide da parte delle cooperative di pescatori. Un tema di cui ci siamo occupatə anche noi di FACTA, e di cui dunque torneremo a parlarvi molto presto.

Per ora vi lasciamo con un libro uscito recentemente, e che parla di molti dei temi che affrontiamo in Paludi. Si tratta di Amphibious Anthropologies. Living in Wet Environments, edito dall’University of Washington Press. Qui Paolo Gruppuso ha scritto un capitolo intitolato Keeping the Land Wet: "Wet Lands" and the Rise of "Wetland Literacy". E, ovviamente, non vediamo l’ora di popolare il nostro Database Paludi con alcuni spunti provenienti da questa letteratura delle zone umide, in chiave antropologica. 

Paesaggi acquatici, concreti e metaforici

Ciao! Sono Andrea Pracucci e per FACTA mi occupo di scrittura e comunicazione social. Questo spazio della newsletter è dedicato ai racconti dei luoghi culturali più impensati dove si annidano le zone umide: oggi restiamo in Sicilia, e parliamo di un bellissimo esempio nella musica.  

In un’intervista dedicata al suo nuovo album “L’improbabile piena dell’Oreto”, il cantautore palermitano Dimartino ha raccontato di com’è stato tornare a fare musica da solista dopo la fortunata collaborazione con il collega Colapesce, con cui ha realizzato il singolo Musica Leggerissima e ha partecipato a due edizioni di Sanremo, nel 2021 e 2023.

«Avremmo potuto fare contenti i discografici e cercare altre hit, oppure disattendere tutto e rallentare. E abbiamo rallentato».

Non è un caso che questa idea di fermarsi, contemplare, farsi sorprendere dalle cose semplici si affermi proprio in un album che racconta di correnti, argini e paesaggi acquatici, nella loro essenza concreta e metaforica.

L’Oreto, infatti, è il fiume che attraversa Palermo, in cattive condizioni da decenni a causa della speculazione edilizia e dell’incuria. Se voleste approfondire, comunque, c’è qualche buona notizia al riguardo.

È a lui che Dimartino dedica quest’album contemplativo e placido, emotivo e profondo, che sembra composto da un passante che si siede accanto al fiume e si lascia ispirare dalla malinconia e dalla vitalità pacata che incornicia il corso d’acqua.

Sensazioni sintetizzate nel video della canzone “L’oro del fiume”, in cui Dimartino, chitarra e voce, si registra immerso in una natura umida, quella dell’Oasi Lago di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo.

Dimartino - L'oro del fiume


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