🌱 #25 Venezia, agricoltura tra acqua e sale

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🌱 #25 Venezia, agricoltura tra acqua e sale

Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.

Io sono Elisabetta Tola, giornalista scientifica, co-fondatrice e direttrice di FACTA. Nel numero 23 di Paludi vi ho raccontato delle mie radici lagunari e dell’isola di Torcello. Nei giorni scorsi sono tornata proprio lì, in laguna.

L'isola di Torcello vista dalla laguna di Venezia. Foto: Elisabetta Tola

Volevo rivedere da vicino i luoghi che conosco bene, ma anche riorganizzare e rileggere quella geografia dopo averla studiata nei mesi scorsi per il progetto Unwetlands, sostenuto dalla Journalism Science Alliance, in collaborazione con il Theoretical and Scientific Data Science Group della SISSA di Trieste e con FADA Collective, di cui vi ho già accennato e che è in dirittura di pubblicazione. La laguna di Venezia è anche uno dei luoghi raccontati nel documentario Paludi di Sara Manisera, di cui vi abbiamo parlato e che presto inizieremo a portare in giro anche grazie a voi. 

Vuoi aiutarci a organizzare una proiezione del documentario Paludi? Clicca qui per compilare il form: ci vorranno circa tre minuti, e riceverai il documentario in anteprima.

Le varie componenti della laguna si affacciano l’una sull’altra e guardarle dal pelo dell’acqua e dalle rive è ben diverso che osservarle dalle immagini satellitari e dalle mappe.

Quando vai in laguna per motivi personali, per passare qualche ora tra barene e gabbiani o per stare al tramonto davanti a una luce incomparabile, non ragioni necessariamente sulla complessità di questo ecosistema unico. E invece in questi giorni ho provato a guardarla anche così, con un occhio più analitico, oltre a quello dell’emozione e dell’immersione.

E non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sia quasi distopico camminare sulle rive e tra i campi di Sant’Erasmo, l’isola più grande ma anche meno turistica, quella che è l’orto, la campagna di Venezia e delle sue altre isole, vedendo dritto di fronte a te, dall’altra parte dello specchio d’acqua, l’aeroporto Marco Polo di Venezia, undici milioni di passeggeri l’anno. Tu sei lì con le paperelle, e i barchini, e certo anche i motoscafi che in questi giorni sono numerosi e rumorosi, e sei comunque in un mondo diversissimo dalle città che abitiamo, e poi però guardi la torre di controllo e pensi a quello che significa questo andirivieni continuo. D’altro canto, se Sant’Erasmo o Torcello ti concedono il lusso di sentire (anche) un po’ di silenzio e lo sciabordio delle acque, basta sbarcare a Burano e capire che lì il tipping point è ormai ampiamente superato. Non si torna indietro.

Burano vista da Torcello. Foto: Elisabetta Tola

Quello che era un nucleo di case coloratissime con ponti e vicoletti e un campanile inclinato e sì, anche osterie e trattorie e qualche negozio e bancherella storica, è stato trasformato ormai in una specie di shopping center come i tanti sorti vicino alle autostrade, finti villaggetti colorati costruiti solo a scopo commerciale. Lo so bene che qui c’è una storia diversa. Ma è molto difficile da vedere, sentire, percepire, in questo trambusto di tavolini, spritz, lavagnette con i menù e tonnellate di negozi con pizzi e merletti ‘tutti fatti a mano’. A parte che ci dovrebbe essere un'improbabile armata di ricamatrici solo per tovaglie, fazzoletti, vesti, orecchini e via dicendo in esposizione al momento nei negozi dei vicoli e della piazza. Ma tant’è.

Su come queste diverse forze in campo rischiano di determinare non solo il presente ma anche segnare i possibili futuri della laguna di Venezia torneremo appunto su FACTA molto presto. Ma intanto, se decidete di andare a fare un giro da quelle parti, spero che proviate a farlo a ritmo lento e non convulso, prendendovi il tempo di ascoltare i suoni della laguna e di immergervi nelle sue luci spettacolari.

Buona lettura!

Elisabetta

Database: coltivare in laguna

La laguna di Venezia è abitata da secoli. E alcune delle isole, da subito, sono state designate come zone di produzione agricola. In particolare, Sant’Erasmo e Vignole, anche se una limitata produzione agricola c’è anche a Torcello e a Mazzorbo.

Ovviamente, coltivare in laguna non è lo stesso che coltivare in pianura o in collina. Ci si confronta con un ambiente salmastro, con l’acqua alta, con le incursioni saline, e via dicendo.

E dunque, studiare l’agricoltura di laguna è interessante per capire cosa vuol dire adattarsi a un ambiente così peculiare, in cambiamento, e che però per certi versi può essere indicativo di quello che sempre più si manifesta in altre zone della costa Adriatica, dove molti terreni agricoli sono stati reclamati dalle acque e sono dunque più bassi del livello del mare, e oggi sono sempre più esposti alla salinità anche per effetto combinato della crisi climatica e delle siccità più frequenti.

Dal documentario Paludi: azienda agricola nella laguna di Venezia. Foto: FADA Collective

Ti ricordo che in questo angolo di Paludi stiamo costruendo con voi un database collaborativo dove mettiamo insieme le nostre ricerche con gli studi e le ricerche che ci segnalate voi. Vogliamo che questo database sia nutrito anche dal tuo contributo. Aiutaci a popolarlo! Rispondi a questa mail per suggerirci nuovi articoli da inserire.

Elisabetta sul Ponte del Diavolo a Torcello

Oh issa!

Ciao, io sono Marco Boscolo, co-fondatore di FACTA, e al termine di questo viaggio lagunare, vi volevo far conoscere una canzone. 

Non si tratta di una canzone qualsiasi, ma di un canto da lavoro, una di quelle canzoni che i lavoratori hanno sempre composto e cantato per darsi il ritmo mentre portano a termine i propri compiti. Nella laguna veneta, per esempio, c’è una tradizione ancora viva di “canti da voga”, usati per secoli per far procedere all’unisono i remi sull’acqua.

Ma vogliamo stare all’ambito del lavoro e della gestione delle laguna. In questo contesto, una particolare figura è quella del “battipali”, cioè del lavoratore incaricato di sostituire le briccole che indicano i canali navigabili, ma anche altri tipi di palo che servivano (e servono) per il rafforzamento di una fondamenta, di un molo e così via. 

In questo ambito nascono i “canti dei battipali”, un genere di canzoni da lavoro che sono oramai scomparse nella quotidianità. Ma alcuni sono sopravvissuti per il lavoro di recupero di alcuni etnomusicologi e studiosi, tra i quali Lodovico Foscarini, che nel 1941 pubblica i testi di quattro canti recuperati su Ateneo Veneto, una delle riviste dell’Università di Venezia.

Una di queste canzoni, senza titolo, è quella che comincia proprio con “oh issa”, l’espressione di sforzo manuale che ben conosciamo. Oltre al recupero di Foscarini, ne esistono diverse versioni, come quella incisa dal musicologo e cantautore veneziano Gualtiero Bertelli. Qui di seguito vi proponiamo la versione della cantante Patrizia Laquidara assieme agli Hotel Rif.


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