🌱 #27 Questa sera alle 21 prima di Paludi al Gianicolo

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🌱 #27 Questa sera alle 21 prima di Paludi al Gianicolo

Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.

Io sono Giulia Bonelli, co-fondatrice di FACTA, e con un pizzico di emozione vi sto mandando questo numero della newsletter a distanza di poche ore dal primo evento in presenza di Paludi. Nato proprio intorno e grazie a questa community.

Già, perché questa sera alle 21 saremo al Fontanone del Gianicolo di Roma per la prima proiezione del documentario Paludi, scritto e diretto da Sara Manisera e prodotto da FACTA in collaborazione con FADA Collective. 

A seguire, Caterina Brazzi Castracane ed io dialogheremo sul senso profondo del termine palude, dalle origini ai giorni nostri, e su come ri-significare un concetto che si è evoluto attraverso i secoli prevalentemente nella sua accezione negativa. Scopriremo la bellezza delle paludi e il loro sconfinato valore naturalistico. Tutte cose che, ormai lo sapete, qui nella community di Paludi condividiamo da punti di vista differenti: scientifico, storico, giornalistico, artistico.

Questa sera proveremo a raccogliere tutti questi sguardi, e immaginare insieme un modo diverso di pensare alle nostre paludi. Il tutto nella cornice spettacolare (e acquatica!) del giardino che affaccia sul Fontanone del Gianicolo, aperto eccezionalmente al pubblico grazie alla rassegna Eventi a Fontana organizzata da Il Posto delle Fragole, con il patrocinio del Municipio I e la direzione artistica di Gabriele Manili

Se siete a Roma, vi aspettiamo! L’ingresso è gratuito. E se vi va, fateci sapere se ci sarete rispondendo a questa mail: non vediamo l'ora di incontrarvi di persona!

Nel frattempo, Caterina ed io torniamo a mettere a punto gli ultimi dettagli per la serata. E allora abbiamo pensato di darvi un piccolo assaggio di quello che racconteremo stasera, proprio a partire dalla domanda di fondo che ha ispirato l’evento di stasera, così come questa newsletter: se dico palude, a che cosa pensi?

Buona lettura!

Giulia

Una parola, molte paludi

A un certo punto, mentre ci scambiavamo idee per preparare l’incontro di Paludi di questa sera, Caterina mi ha mandato una citazione:

«Le parole sono importanti!»
(Nanni Moretti, Palombella rossa, 1989)

Ecco, credo sia un bel punto di partenza per chiederci che cosa ci sia davvero dentro la parola palude.

Caterina Brazzi Castracane è una delle persone che ci sta aiutando a espandere i confini di questa newsletter. È iscritta a Paludi fin dal primo numero e, quando abbiamo iniziato a cercare luoghi e occasioni per portare il documentario in giro, ci ha indicato Il Posto delle Fragole, associazione culturale fondata da Gabriele Manili, con cui collabora da tempo.

Da quel contatto è nata la possibilità di portare il documentario Paludi ai Giardini dell’Acqua Paola, sopra il Fontanone del Gianicolo, come parte della rassegna culturale Eventi a Fontana

Caterina durante una conferenza al Fontanone del Gianicolo

Caterina è storica e guida turistica e si occupa di divulgazione culturale, visite guidate, laboratori ed eventi, lavorando da anni tra storia, arte e storytelling. È abituata a raccontare i luoghi anche attraverso le parole che usiamo per raccontarli. E con palude abbiamo scoperto che ce ne sono parecchie, di storie.

Siamo partite dall’etimologia. Palude viene dal latino palus, paludis, e indica originariamente un terreno acquitrinoso, con acqua stagnante o comunque non drenata. Una parola che, già nella sua storia, porta con sé una certa ambivalenza.

«Se stiamo al latino, sicuramente il senso è quello di un terreno che non viene drenato nel modo corretto, e che dunque può lasciare l’idea di un ristagno di acqua -  racconta Caterina. E questo è il senso etimologico più negativo: può diventare un humus per problemi del terreno stesso, nonché può favorire la proliferazione di alcune specie portatrici di malattie, che hanno enfatizzato il senso negativo del termine».

Quella connotazione negativa della parola non nasce quindi dal nulla. È legata anche alla storia concreta delle paludi e, soprattutto, al lungo processo con cui abbiamo cercato di trasformarle.

«Il tema delle bonifiche ha attraversato per secoli la penisola italica, che era piena di zone paludose», racconta Caterina.  «Dietro la necessità di bonificare, c’è prima di tutto il bisogno di guadagnare nuovi terreni per l’agricoltura e per gli insediamenti umani. Ecco che sottrarre terreni alla cosiddetta “dimensione insalubre” significava aumentare la produzione agricola e, con la crescita della popolazione, rendere disponibili nuovi spazi da abitare».

È un processo che in molti casi ha trovato il suo apice in epoca fascista, ma che è iniziato molto prima. «Nel caso delle Paludi Pontine, per esempio, il fenomeno delle bonifiche è iniziato già in epoca papale. E lo stesso è avvenuto in molte altre aree della penisola, dalle paludi maremmane alle zone umide lungo il Po».

Caterina alla ricerca di un libro mentre prepariamo l'evento Paludi. Guest star: la gatta GT

Nel corso della storia, le grandi bonifiche hanno così consolidato l’immagine della palude come luogo malsano, pericoloso, legato prima di tutto alla malaria. Secondo Caterina, però, anche qui la storia è più complessa. «Dando responsabilità “esclusiva” alle paludi - racconta - si è finito per trascurare altri fattori che incidevano sulle condizioni igienico-sanitarie delle campagne: dalle cure alla costruzione di reti fognarie, fino alle condizioni complessive di vita. Eppure, sono le condizioni intorno, anche di una profonda antropizzazione delle paludi, che le hanno rese per lungo tempo dei luoghi così ostili».

È un’immagine che compare già nella letteratura latina. Nell’Eneide, Virgilio accompagna Enea nell’oltretomba e gli mostra la palude Stigia, parte del paesaggio infernale:

«Cocyti stagna alta vides Stygiamque paludem»
(Vedi i profondi stagni del Cocito e la palude Stigia)
(Eneide, VI, 323)

La palude è qui un luogo oscuro e immobile, legato alla morte e al passaggio nell’aldilà. Un’immagine che attraversa poi la letteratura italiana: Dante, nella Commedia, usa la parola in diversi passaggi, tra cui nel Purgatorio, quando racconta di essere rimasto impigliato nel fango:

«Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
m’impigliar sì ch’i’ caddi».
(Purgatorio, V, 82-83)

Con il tempo, però, la palude esce sempre più dall’acqua e dal fango per diventare un modo di descrivere anche la società. La utilizza ad esempio Carducci alla fine dell’Ottocento:

«Il puzzo del padule politico e letterario in cui si diguazza deliziosamente».(Giosuè Carducci, L’Italia libera e una, 1890)

Qui padule, variante toscana di palude, è ormai una metafora esplicita di un ambiente stagnante e degradato.

E non è l’unica traccia che la parola ha lasciato nel nostro vocabolario. Anche paludato arriva da qui, anche se per una strada molto diversa. Il termine conserva infatti il riferimento al paludamentum, il mantello drappeggiato che nell’antica Roma indossavano i generali.

«Il termine paludato - racconta Caterina - viene dal latino paludatus, vestito del paludamento. Da quel mantello, nel tempo, la parola è arrivata a indicare qualcuno vestito con abiti vistosi e di cattivo gusto, inadatti alle circostanze».

È un piccolo esempio di quello che fanno le parole: si spostano, cambiano significato, ne accumulano di nuovi e a volte si portano dietro pezzi della storia che le ha precedute. Anche il termine “palude” ha fatto questo percorso. Da un luogo fisico è diventata un’immagine, poi un giudizio, poi una metafora. E forse è proprio per questo che ci sembrava interessante parlarne qui, al Fontanone del Gianicolo.

«Oggi, quando ormai l’emergenza climatica non può essere più negata neppure dai negazionisti stessi, portare un tema come quello delle paludi nel centro nevralgico dell’acqua della stagione barocca mi sembra particolarmente significativo», conclude Caterina. 

«A Roma, in particolar modo, l’acqua è sempre stato sintomo di potere: dove c’è una fontana non c’è soltanto l’idea di dar da bere agli assetati, ma anche una manifestazione importante del potere, che dimostra la sua forza attraverso una grande architettura. Ecco, tornare in un luogo dove c’è l’acqua e portare, dall’altra parte, un tema così centrale per il futuro del pianeta, significa anche agire in qualità di persone che hanno il potere di cambiare davvero le cose».

CREDITS

Paludi
Un documentario scritto e diretto da Sara Manisera
Fotografia: Cecilia Fasciani
Montaggio: Mattia Biancucci
Colorist: Adriano Cucchiarini
Grafiche e animazioni: Ludovica Mantovan
Una produzione FACTA
Per FACTA: Giulia Bonelli, Elisabetta Tola
In collaborazione con FADA Collective
Parte del progetto Unwetlands, supportato da Journalism Science Allience

Caterina e Giulia in esplorazione delle paludi urbane di Roma

Intanto, fuori dalle paludi

E mentre Paludi continua a crescere, anche noi di FACTA non restiamo fermə. Questa settimana è stata particolarmente intensa: oltre all’organizzazione della prima di Paludi, ecco altri due eventi che ci fa piacere segnalarvi. 

Il 14 e 15 settembre, Elisabetta Tola, Marco Boscolo e Francesca Conti hanno coordinato e animato il workshop Knowledge in Action, organizzato dall’Università di Bologna e formicablu, dove hanno raccontato (anche) il metodo FACTA e il nostro modo di lavorare con i dati e con le comunità coinvolte nei problemi di cui ci occupiamo. Se ti interessa organizzare un evento simile con questo approccio interdisciplinare, dai un occhio al programma e scrivici rispondendo a questa mail!

Invece oggi, 17 settembre, Elisabetta si trova a Dortmund, in Germania: qui sarà keynote speaker della decima edizione della conferenza SciCAR, con un talk dal titolo From Sources to Partners: How Expert-Reviewed Journalism is Changing Investigative Reporting. Un intervento dedicato a come scienza e giornalismo d’inchiesta possano (e debbano) collaborare per provare ad affrontare insieme le più grandi sfide sistemiche del nostro secolo.

E con questo, per oggi ci fermiamo qui. Ci vediamo questa sera al Fontanone, con chi ci sarà, e poi continuiamo a esplorare insieme le nostre amate paludi.

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Backstage: Riprese per il documentario Paludi, laguna di Venezia. Video: FADA Collective


Grazie per aver letto fin qui. Se vuoi mandarci un commento, hai notato un’imprecisione, vuoi suggerirci la tua palude del cuore, o anche solo vuoi entrare in contatto, scrivici rispondendo a questa mail: ne saremo contentə!

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Alla prossima palude!

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