🌱 #24 Dove passa la natura
Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.
Io sono Giulia Bonelli, e sono molto felice di ritrovarvi dopo la pausa estiva. Speriamo davvero che queste settimane vi siano servite per ricaricare le energie in vista di settembre, che per molte persone è un po’ come il vero inizio dell’anno.
Negli ultimi numeri vi avevamo lasciato con un appello: aiutarci a trovare luoghi, festival, associazioni e spazi dove portare in giro il documentario Paludi. E siete statə in tantissimə a rispondere, via mail o compilando il form, anche durante queste settimane di pausa: grazie! Continueremo a raccogliere e seguire i vostri suggerimenti e presto vi aggiorneremo sulle prime proiezioni.
Nel frattempo, torniamo alle nostre amate zone umide. In questo numero parliamo di connessioni: quelle che permettono alla natura di spostarsi, incontrarsi e continuare a vivere anche quando il paesaggio intorno cambia. In maniera non poi così diversa dalle connessioni umane, che evolvono di continuo e, quando sono sufficientemente forti, restano nel tempo.
C’è anche una piccola novità: per la prima volta il “nostro” Andrea Pracucci, che avete conosciuto nella parte artistica della newsletter, entra anche nella sezione Storie. Per farlo ha parlato con due persone che di zone umide ne sanno parecchio, e che sono anche parte della community di Paludi. Con loro ha provato a capire che cosa succede quando una zona umida non è più un’isola, ma parte di una rete più grande.
Chiudiamo poi, come sempre, con uno sguardo artistico. Questa volta Marco Boscolo ci porta dentro una misteriosa e a tratti inquieta foresta trasformata in musica da Jean Sibelius.
Buona lettura!
Giulia
Massimo impatto, ecosistemi in connessione
Ciao! Io sono Andrea Pracucci e per FACTA mi occupo di scrittura e comunicazione social.
Qualche tempo fa, nella casella mail di Paludi (che è sempre aperta, se volete scriverci!) abbiamo ricevuto un invito per partecipare alla presentazione di Massimo Impatto, un progetto condotto dalla Lega Italiana Protezione Uccelli (Lipu). L’evento era previsto per il 30 giugno al Museo regionale di Scienze naturali di Torino: noi non siamo riuscitə a unirci, ma da subito siamo statə incuriositə da questa iniziativa.
Massimo Impatto coinvolge Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia ed è dedicato alle reti ecologiche, un concetto sempre più centrale nei programmi d’intervento pubblico sulla biodiversità e sulla tutela delle aree naturali a livello europeo.

A lungo le zone protette sono state trattate come spazi a sé stanti. Per tutelarle si è ritenuta sufficiente un’azione che limitasse l’intervento antropico, senza considerare l’importanza dei collegamenti con altri spazi simili e limitrofi.
Da tempo, però, è diventato chiaro che per proteggere adeguatamente la biodiversità sia necessario tracciare connessioni tra aree naturali. Almeno dal 1992, anno in cui la Commissione europea ha approvato la cosiddetta Direttiva Habitat, con cui si istituiva una rete di zone di protezione speciale chiamata Natura 2000 - che include gran parte delle zone umide Ramsar italiane al suo interno.
Vuoi suggerirci anche tu una palude da raccontare? Rispondi direttamente a questa mail: non vediamo l’ora di entrare in contatto!
L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) definisce le reti ecologiche proprio come un “sistema interconnesso di habitat” e individua quattro elementi fondamentali che le caratterizzano: al centro delle reti ci sono aree ad alta naturalità, che devono essere circondate da zone cuscinetto, a garanzia della gradualità degli habitat; le aree ad alta naturalità sono collegate tra loro attraverso corridoi ecologici. Le aree puntiformi, infine, rappresentano un punto di riferimento per specie in transito.
Le reti ecologiche servono a evitare fenomeni di frammentazione degli habitat naturali che rendono più difficile la sopravvivenza di specie vegetali e animali, come ricorda questa guida pubblicata nel 2003 dall’Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici (Apat), uno dei documenti più importanti realizzati intorno a questo tema in Italia.
Massimo Impatto si inserisce in questa cornice, con l’obiettivo di armonizzare, integrare e migliorare le reti ecologiche del nord-ovest attraverso un piano che, successivamente, dovrà essere messo a terra dalle regioni.
Per saperne di più a metà luglio organizziamo una videochiamata con Chiara Spallino, che per la Lipu segue la comunicazione di questo progetto. È stata sua la mail con cui abbiamo scoperto Massimo Impatto: Chiara conosceva Paludi, tanto che ad aprile scorso aveva partecipato al nostro primo Aperitivo in umido, e così era facile capire che non ci saremmo lasciati sfuggire questa storia. Oltre alle parole di Chiara raccogliamo anche quelle di Claudio Celada, direttore dell’Area Conservazione della natura della Lipu e una delle figure centrali di Massimo Impatto, che abbiamo contattato al telefono pochi giorni dopo la nostra chiacchierata con Chiara.
«Le fondamenta su cui si basa Massimo Impatto sono state costruite da precedenti collaborazioni tra la Lipu e istituzioni universitarie, associazioni e fondazioni», ci racconta Chiara. «Questi lavori, negli ultimi anni, hanno permesso la progettazione e in alcuni casi l'implementazione di piani regionali per la creazione di reti ecologiche in tre regioni: Lombardia, Piemonte e Valle d'Aosta. Ora è necessario analizzare cosa sia stato fatto, cosa manchi e armonizzare le iniziative, con la speranza di coinvolgere anche un’altra regione, la Liguria. L'idea finale è quella di creare una grande rete ecologica nel Nord Italia».
«Lavoriamo a questi percorsi con le regioni dal 2007», ci spiega Claudio, che chiarisce come Massimo Impatto sia un tassello di un puzzle più grande, fatto di numerosi disegni d’intervento per strutturare le reti ecologiche nel Nord Italia.
La chiave è la collaborazione: favorire il dialogo tra istituzioni che di solito lavorano separatamente per raggiungere uno scopo condiviso. «Il coordinamento può fare davvero la differenza tra soggetti che solitamente non comunicano», ricorda Claudio.
Connettere aree naturali separate significa mettere in discussione la struttura delle zone urbanizzate. Le difficoltà che alcune specie incontrano negli spostamenti sono anche dovute a un’espansione costante degli spazi cementificati rispetto a quelli naturali e alla conseguente degradazione degli habitat. Per ideare reti ecologiche, quindi, è necessario anche ripensare le città.
Celada evidenzia che «Il tema della natura in città è fondamentale perché molte specie, come il colombaccio o il merlo, si sono adattate all'ambiente urbano. Le reti ecologiche urbane sono anche vitali per contrastare le isole di calore, un tema previsto dall'articolo 8 della Nature Restoration Law dell’Unione Europea. Dobbiamo puntare alla depavimentazione delle zone impermeabilizzate e ai tetti verdi. C'è anche una questione di diritto di accesso al verde per i cittadini, specialmente per le fasce più deboli che restano in città d'estate. Il progetto ha una forte componente culturale e di comunicazione per sensibilizzare le persone proprio su questo».
I territori al di fuori delle città, però, mantengono un ruolo predominante per gli interventi previsti da Massimo Impatto. «La rete ecologica è anche extraurbana e dovrebbe comprendere tutto il territorio regionale», ci dice Spallino. «C'è un particolare interesse per la fascia prealpina e alpina: la rete deve aiutare le specie ad adattarsi al cambiamento climatico, permettendo ad alcune di muoversi verso l'alto e verso il fresco».
Su questo fronte, le zone umide hanno un ruolo fondamentale in termini di biodiversità. Con particolare attenzione alle paludi e ai corsi d’acqua. Celada ricorda che «I fiumi sono corridoi blu fondamentali, associati a boschi e canneti che hanno grande capacità di resistenza». E cita, come esempio a cui fare riferimento per il lavoro di Massimo Impatto, Life TIB (Trans Insubria Bionet). «Questo progetto, premiato dalla Commissione Europea, utilizza il fiume Ticino come corridoio ecologico per collegare zone umide tra cui la Palude Brabbia, un'oasi gestita dalla Lipu in provincia di Varese».

Alcune specie avranno particolare giovamento dal rafforzamento delle reti ecologiche. Secondo Celada, «Le specie che maggiormente ne beneficeranno sono quelle con bassa capacità di disperdersi. Esempi concreti sono gli anfibi, rane e rospi, legati agli ambienti umidi, ma anche gli scoiattoli rossi, che non amano muoversi in ambienti aperti come quelli agricoli e hanno bisogno di filari di alberi e siepi per spostarsi, oppure i ricci».
«Essendo la Lipu un'associazione ornitologica anche gli uccelli sono prioritari; per loro le barriere sono diverse, come cavi elettrici o zone troppo luminose e rumorose», aggiunge Spallino. Senza dimenticare le specie di alta quota che devono spostarsi a causa delle temperature elevate e che trovano ostacoli nelle infrastrutture turistiche e sciistiche.
Le reti ecologiche sono citate nel documento Strategia Nazionale Biodiversità 2030 del Ministero della Transizione Ecologica, in cui si afferma che “l’attuale rete di aree protette non è sufficientemente estesa e interconnessa da garantire adeguatamente la salvaguardia della biodiversità”. Viene posto anche un obiettivo ambizioso: “Entro il 2030, pertanto, tale rete dovrà essere ampliata e dovrà integrare corridoi ecologici che migliorino la permeabilità del territorio e aumentino la resilienza ai cambiamenti climatici”. Massimo Impatto opererà proprio in questa direzione: non vediamo l’ora di scoprire quali risultati raggiungerà.
Massimo Impatto è un progetto di Lipu - BirdLife Italia sostenuto da Fondazione Cariplo, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e Consulta delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte e della Liguria. Ha avuto inizio nel 2026 e si concluderà nel 2028.
Tapiola, la misteriosa foresta di Sibelius
Ciao, sono Marco Boscolo e oggi voglio ricordare la nascita di uno dei capolavori della musica del Novecento.
Nell’agosto del 1926 il compositore finlandese Jean Sibelius completa il suo capolavoro, Tapiola. Questo poema sinfonico prende lo spunto dalla mitologia finnica e dal mito di Tapio, il dio della foresta. Nei venti minuti circa del brano, Sibelius porta chi ascolta dentro a una natura tutt’altro che pacificata, ma che anzi conserva una forza che può spaventare.
Oggi, questo modo di vedere la natura ci sembra familiare per l’aumento della frequenza degli eventi meteorologici estremi, ma ai tempi di Sibelius si trattava di un punto di vista originale. Pensiamo ai futuristi, che vedevano nel dominio della tecnica sul mondo naturale il futuro per lo sviluppo dell’umanità. Oppure pensiamo alla tarda musica romantica, come quella di un altro gigante dell’epoca, Gustav Mahler: per lui la natura era un luogo pacifico a cui tornare proprio per evadere da un mondo frenetico e problematico.
La musica di Tapiola è bellissima, ma a tratti inquietante, disturbante: mostra, nell’idea del suo compositore, la crudele bellezza di una foresta lasciata a sé stessa, in cui l’umanità non è che un piccolo, quasi insignificante elemento.
Oggi sappiamo che il ruolo della specie umana non è certo irrilevante rispetto ai danni che ha causato nel corso della storia al pianeta. Ma credo che la lezione della Tapiola di Sibelius sia ancora di estrema attualità quando parliamo di conservazione. Non è più l’idea semplicistica di preservare la bellezza naturale, ma un’attività che è cosciente del più complesso rapporto che abbiamo con la natura. Proprio come Sibelius sembra suggerirci da cent’anni.
L’interpretazione di Tapiola della London Symphony Orchestra diretta da Simon Rattle il 18 settembre 2022
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