🌱 #23 Gibellina, storia del lago che non doveva esistere

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🌱 #23 Gibellina, storia del lago che non doveva esistere

Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.

Io sono Giulia Bonelli, giornalista e co-fondatrice di FACTA, e oggi in questo ultimo numero prima della pausa estiva voglio raccontarvi uno degli effetti più belli e inaspettati dell’appello che abbiamo lanciato nelle ultime settimane per portare in giro il documentario Paludi.

Vi avevamo chiesto di segnalarci festival, associazioni, università, biblioteche, circoli e spazi culturali dove organizzare proiezioni dal basso. Sono arrivate tantissime risposte, e stiamo continuando a raccoglierle (per contribuire, basta compilare il nostro form oppure rispondere direttamente a questa mail!)

Una proposta in particolare ci è entrata nel cuore, perché ci ha portato alla scoperta di una nuova zona umida.

Siamo a Gibellina, in Sicilia. La città vecchia viene distrutta dal terremoto del Belìce del 1968 e, negli anni successivi, Gibellina Nuova viene costruita una ventina di chilometri più a valle attraverso un esperimento piuttosto unico: fare dell’arte e dell’architettura parte della ricostruzione stessa. Alla nuova città lavorano artisti e architetti come Pietro Consagra, Ludovico Quaroni, Franco Purini, Laura Thermes e Alessandro Mendini, mentre sulle rovine della vecchia Gibellina Alberto Burri realizza il suo enorme Cretto. Un museo a cielo aperto che nel 2026 è diventato la prima Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea.

E proprio qui, in una città immaginata, disegnata e ridisegnata da alcuni dei grandi nomi dell'arte e dell'architettura del Novecento, compare qualcosa che nessuno aveva progettato.

Un lago.

A scriverci per raccontarci la storia del lago di Gibellina sono Giulia Fiocca e Lorenzo Romito, architetti e artisti che animano Stalker, collettivo nato nel 1995 per esplorare territori abbandonati, trasformazioni urbane e forme di auto-organizzazione sociale e biologica. Giulia e Lorenzo sono a Gibellina proprio nell'ambito del programma della Capitale Italiana dell'Arte Contemporanea, con un progetto di residenza artistica dal titolo “Intervento Minimo: Difesa della Natura. Il Lago, da miraggio a ecosistema emergente”.

Quando Giulia e Lorenzo ci propongono di organizzare proprio al lago artificiale di Gibellina una proiezione del documentario Paludi, iniziamo subito a farci domande.

Da dove arriva questo lago? Come ha fatto una vasca di cemento a trasformarsi in una zona umida? Chi ci vive? E cosa significa prendersi cura di un ecosistema che nessuno aveva progettato?

Così, Andrea ed io organizziamo una lunga chiacchierata online con Giulia e Lorenzo, durante una di queste bollenti giornate di fine luglio. 

Questa è la storia che ci hanno raccontato.

Buona lettura!

Giulia

Il lago di Gibellina. Foto: Collettivo Stalker

Conosci altri luoghi che potrebbero ospitare una proiezione del documentario Paludi? Clicca qui per compilare il form oppure rispondi a questa mail: chi ci invierà un suggerimento riceverà il documentario in anteprima!

Un lago riemerso dal cemento

Nel centro di Gibellina Nuova c'è una grande vasca di cemento. Ha una superficie di circa 8.500 metri quadrati e un perimetro che sfiora i 500 metri. È stata costruita nei primi anni ‘90 e avrebbe dovuto raccogliere l'acqua piovana per irrigare il verde pubblico, all'interno di un progetto dell'architetto tedesco Oswald Mathias Ungers.

«Il progetto non è mai stato completato, per fortuna, però la vasca è rimasta lì», ci racconta Giulia Fiocca.

Per anni è stato uno dei tanti spazi incompiuti di Gibellina Nuova. Una grande superficie di cemento che, però, ha cominciato piano piano a cambiare.

Per capire come, bisogna fare un piccolo passo indietro. La città è stata costruita in un'area dove, prima di Gibellina Nuova, esisteva una zona umida. «Si chiamava Salinella», racconta Giulia. «Era una zona umida ricoperta, che ha creato tanti problemi nella fondazione della città e che oggi riemerge invece con una possibilità di relazione nuova con gli abitanti».

L'acqua, infatti, non è mai scomparsa del tutto. «Questo bacino di cemento un po' inquietante subiva delle filtrazioni d'acqua, che però stagionalmente si andavano ad asciugare. Poi le piante e le cannucce hanno saturato i giunti di dilatazione del cemento, che quindi man mano si è reso più impermeabile», ci racconta Lorenzo Romito.

Giulia Fiocca e Lorenzo Romito davanti al lago di Gibellina. Foto: Collettivo Stalker

Nel frattempo la terra argillosa accumulata intorno alla vasca veniva attraversata anche da auto e moto da cross, che l'hanno compattata. Si sono formati piccoli stagni temporanei, e tutto il terreno ha iniziato a comportarsi come una grande spugna che raccoglie l'acqua e lentamente la porta verso il bacino.

E così, senza che nessuno lo decidesse, la vasca è diventata un lago.

Giulia Fiocca e Lorenzo Romito scoprono questa zona umida artificiale nell'agosto del 2025, quando arrivano a Gibellina per il sopralluogo per la residenza artistica. È piena estate siciliana, ma dentro la vasca l'acqua è ancora lì.

È proprio quell’apparente contraddizione a ispirare il progetto di “Intervento Minimo” di Giulia e Lorenzo. Un approccio che fa parte della storia del collettivo fin dalla sua nascita. Lorenzo, che di Stalker è il fondatore, parla dell'«abbandono come forma di cura per tutto quello che nasce e si evolve al di là del nostro controllo, progetto, desiderio».

"Bacheca del lago di Gibellina", costruita durante un laboratorio per bambinə. Foto: Collettivo Stalker

A Roma, dove Lorenzo e Giulia vivono e lavorano, Stalker è parte del Forum Territoriale Parco delle Energie, la comunità che da anni si prende cura del Lago Bullicante. Anche quello è un lago che non doveva esistere: nasce per caso nel 1992, quando gli scavi nell'area dell'ex fabbrica Snia Viscosa, sulla via Prenestina, intercettano una falda sotterranea. L'acqua si prende lo spazio dello scavo e, negli anni, intorno a quella nuova zona umida cresce una comunità che inizia a conoscerla, difenderla e prendersene cura.

Come forse qualcunə di voi si ricorda, abbiamo parlato del Lago Bullicante nel terzo numero di Paludi insieme ad Alessia Iotti, nome d’arte Alterales, illustratrice e attivista che al lago ha dedicato anche un fumetto. E i fili, a quanto pare, continuano a intrecciarsi: Alessia è stata con Stalker anche al lago di Gibellina in Sicilia. Chissà che questa nuova palude non finisca prima o poi dentro uno dei suoi disegni.

Lorenzo descrive quella del Bullicante come una storia di «coevoluzione e di apprendimento reciproco tra un ecosistema che cerca un modo per vivere in questo mondo e una comunità che in qualche modo cerca di capire come convivere e, in caso, aiutarlo». Qualcosa di simile, oggi, sta cominciando a succedere anche a Gibellina.

Azione collettiva di pulizia del lago di Gibellina. Foto: Collettivo Stalker

Perché a prima vista quel grande bacino di cemento potrebbe sembrare semplicemente un posto abbandonato. Ma se ci si avvicina, ecco che allo sguardo compaiono tamerici, cannucce di palude e tife. Ci sono pesci, bisce, rane e rospi. E poi ci sono gli uccelli.

«Gibellina sta su una rotta migratoria», ci raccontano Giulia e Lorenzo. «Abbiamo le folaghe, le gallinelle d'acqua, che quest'anno hanno anche nidificato, ci sono gli aironi. Ci hanno raccontato anche di una gru. È uno specchio d'acqua che, trovandosi sulle rotte verso l'Africa, diventa un posto dove fermarsi».

A capire meglio che cosa stia succedendo dentro questo ecosistema stanno contribuendo anche persone provenienti dal mondo della scienza e della ricerca. Il botanico Giuliano Fanelli, coinvolto nel progetto, lo ha definito un «ecosistema maturo», ovvero che ha già trovato un suo equilibrio. Mentre il biologo Andrea Cusmano sta monitorando le specie presenti nel lago, tra anfibi, insetti e altri nuovi abitanti. Il progetto di Stalker è pensato del resto come un percorso transdisciplinare, dove scienza, arte e società si intrecciano.

E un potente simbolo di questo intreccio si trova proprio alle spalle del lago: Contrappunto, scultura in acciaio di Fausto Melotti. Sulla sua superficie sono state trovate le esuvie, gli involucri che le libellule lasciano dopo la metamorfosi. Una scultura pensata per la città è diventata, senza che nessuno lo progettasse, parte dell'ecosistema del lago.

Scorcio del lago, da cui si intravede il Contrappunto di Melotti. Foto: Collettivo Stalker

Che cosa fare, allora, con questo strano pezzo di natura cresciuto dentro il cemento?

Una delle azioni realizzate da Stalker è stata la depavimentazione di circa 50 metri quadrati lungo il bordo del lago. A questa si aggiungono un piccolo percorso e una fascia di vegetazione mediterranea, pensata per chi cammina ma anche per creare una zona di protezione per gli animali che vivono sull'acqua.

Inizio dell'opera di depavimentazione del lago di Gibellina. Foto: Collettivo Stalker

Ma soprattutto, Giulia e Lorenzo stanno provando a coinvolgere le persone.

Hanno organizzato incontri con le scuole, passeggiate, laboratori. E stanno ragionando con gli abitanti anche su qualcosa di molto concreto: imparare a conservare questo lago che non doveva esistere.

Nel suo libro Le cose e i loro nomi, il fisico e filosofo Giuliano Toraldo di Francia scriveva che qualunque realtà non può essere considerata un’entità separata dai nostri atti linguistici che la definiscono. Ecco perché affermare l’identità di questo nuovo lago passa (anche) per dargli un nome.

Azione di arte collettiva vicino al lago di Gibellina. Foto: Collettivo Stalker

Ed è qui che torniamo alla storia del lago Bullicante. Anche il nome della zona umida resistente di Roma racconta qualcosa di come una comunità ha imparato a guardare quel lago. Proprio nel 2019, Stalker ha organizzato un'azione partecipativa per decidere come chiamarlo. «C'erano tre possibilità: identità storica, identità geografica e identità naturale», racconta Giulia. La prima richiamava la fabbrica Snia Viscosa, la seconda la via Prenestina, la terza l'acqua che era emersa dal sottosuolo. Alla fine ha vinto proprio Bullicante: un nome che racconta la storia naturale del lago e che, nel tempo, è diventato anche parte dell'identità di quel luogo.

A Gibellina questo passaggio deve ancora avvenire.

Per il momento il lago è semplicemente “Lago”. Tra le proposte già emerse ci sono Lago Risorto, Lago Contrappunto (proprio dal nome della scultura di Melotti) o più semplicemente Lago Gibellina. O ancora Lago Salinella, come la zona umida che esisteva qui prima che venisse costruita la città.

Intanto, però, una piccola conquista c'è già stata: il lago adesso compare su Google Maps con quel suo nome provvisorio e pieno di possibilità, “Lago”. Per il nome definitivo ci sarà tempo. E magari, se riusciremo davvero a portare qui il documentario Paludi, potremo andare a scoprirlo insieme.

Il lago di Gibellina sostenuto dalla comunità locale, in attesa di trovare un nome. Foto: Collettivo Stalker

Sale, sale e ancora sale

A Gibellina siamo arrivati seguendo l'acqua e abbiamo finito per trovare anche il sale. Non nelle vasche di una salina, questa volta, ma in una delle opere più imponenti della città.

Io sono Andrea Pracucci e in questa sezione vi parlo di una scultura presente a Gibellina che risuona molto con i temi che trattiamo qui a Paludi. Si tratta della scultura Montagna di sale - già dal titolo ci siamo capiti ;) - dell’artista campano Mimmo Paladino. L’opera è stata costruita nel 1990 come scenografia per un’opera teatrale in occasione delle Orestiadi, il festival internazionale artistico che si tiene tutti gli anni a Gibellina, e poi è stata installata in modo permanente vicino all’edificio che ospita la sede della Fondazione Orestiadi.

La montagna è alta 15 metri e dalla sua superficie emergono le silhouette di trenta cavalli. Di alcuni fuoriescono solo certe parti del corpo, con le altre “inghiottite” dalla struttura. Questa duplicità - da un lato il bianco rassicurante del mucchio di sale, dall’altra le forme sporgenti e spettrali dei cavalli - comunica una certa inquietudine, rinforzata anche dalla dimensione imponente della scultura.

Mimmo Paladino, Montagna di Sale (1990). Foto: Wikimedia Commons

“Montagna di sale” è stata costruita con cemento, vetroresina, pietre e vero e proprio sale marino. L’effetto granuloso è evidente anche solo osservando l’opera attraverso una foto. 

Sicuramente la sua grandezza e il posizionamento che è stato scelto per l’opera, nell’ampio cortile del Baglio Di Stefano, rendono quest’opera particolarmente suggestiva. Per noi, che abbiamo scritto parecchio di raccolta del sale nelle ultime settimane, era impossibile non parlarne.

E con questo numero, tra laghi sbucati nel cemento e montagne di sale, vi ringraziamo per averci seguiti fin qui e vi salutiamo per qualche settimana. Paludi si prende una pausa estiva: proveremo a trascorrere qualche giornata più lenta, magari offline, prendendoci il giusto tempo per esplorare alcuni angoli di quella "natura più bistrattata e preziosa" di cui vi parliamo sempre e che tanto amiamo. Ci risentiamo giovedì 27 agosto, con nuove storie da raccontare.


Grazie per aver letto fin qui. Se vuoi mandarci un commento, hai notato un’imprecisione, vuoi suggerirci la tua palude del cuore, o anche solo vuoi entrare in contatto, scrivici rispondendo a questa mail: ne saremo contentə!

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Alla prossima palude!