🌱 #19 Storia della salina che non aveva più sale
Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.
Io sono Giulia Bonelli, giornalista e co-fondatrice di FACTA, e oggi sono molto felice di condividere il primo capitolo di Restoration at a Price, una delle inchieste a cui ho lavorato negli ultimi mesi insieme a Elisabetta Tola e Benedetta Pagni per FACTA, e Tijana Lekic, Andrea Perišić e Milka Tadic Mijovic per il Centro di giornalismo investigativo del Montenegro (CIN-CG).
Protagoniste sono, ancora una volta, le nostre amate zone umide. Ma questa volta si tratta di wetlands molto particolari: ci occupiamo di saline, ecosistemi complessi e bellissimi, a metà tra mondo artificiale e naturale, dove processi biologici e impronta antropica si fondono. In alcuni casi, in modo virtuoso (nel quinto numero di Paludi vi avevamo già parlato, e ci torneremo presto, del caso di Conti Vecchi in Sardegna).
In altri casi, invece, questo delicato equilibrio si spezza.
La nostra inchiesta parte proprio da qui. Che cosa succede quando si perde una salina? Quanto costa ripristinarla? E quanto costa, invece, continuare a rimandare?
Con Restoration at a Price indaghiamo sul costo - economico, ambientale, sociale - del degrado e su quello del ripristino. Lo facciamo anche grazie alla consulenza scientifica di eco&eco, società di ricerche specializzata sui temi dell’economia dell’ambiente e dello sviluppo locale.
Il primo capitolo racconta la storia di una salina che del suo antico splendore non ha più nulla. Una storia che fa riflettere, perché dimostra come il degrado di una zona umida possa avere conseguenze ben più ampie di quanto possiamo immaginare. Andiamo verso il confine dell’Albania, all’estremo sud del Montenegro, e ci addentriamo nella salina di Ulcinj, la più grande dell’Adriatico. Che però, oggi, è una salina senza sale.

La storia di Ulcinj inizia quasi un secolo fa. Dove un tempo c'era una laguna costiera chiamata “lago degli uccelli”, tra il 1926 e il 1934 nasce la salina, un ecosistema artificiale in cui la biodiversità dipende dall’equilibrio tra acqua, natura e lavoro umano. Quell’equilibrio si rompe nel 2013, quando la produzione del sale si ferma dopo una controversa privatizzazione, aprendo una lunga stagione di degrado le cui conseguenze sono ancora oggi ben visibili.
Ti racconto questa storia attraverso gli occhi della collega montenegrina Tijana Lekic, giornalista del CIN-CG, che ha fatto fatto il lavoro sul campo a Ulcinj insieme ad Andrea Perišić. Tijana, che ha studiato per tanti anni in Italia, parla romano meglio di me che vivo qui da 15 anni, ed è anche parte della community di Paludi.
Con il suo aiuto, ci immergiamo dentro la storia di questa salina abbandonata, un luogo a tratti ancora bellissimo, ma profondamente ferito.
Buona lettura!
Giulia
Ulcinj, la salina senza sale del Montenegro
Sono tornata alla Salina più volte, in stagioni diverse. La prima all'alba di settembre, insieme al team del Centro per la Protezione e lo Studio degli Uccelli (CZIP) durante una sessione di inanellamento.
Ricordo lo stormo alzarsi in volo sull'acqua ferma, controluce, mentre il cielo passava dall'arancione al blu nel giro di pochi minuti, tra il lavoro scientifico e i primi pulcini maneggiati con cura dagli operatori.

La seconda volta ci sono stata a gennaio, sotto la pioggia, con il fango che si attaccava agli stivali a ogni passo verso i canali abbandonati. Lì, in una vecchia fabbrica ormai in rovina, ho incontrato Saša Mitrović, ex lavoratore della Salina, tra sacchi di sale dimenticati, pacchi ammassati e una divisa da lavoro ancora appesa a un chiodo, come se qualcuno dovesse tornare il giorno dopo.
Poi ancora a marzo 2026, questa volta insieme alle colleghe Milka e Andrea e all'architetta Zenepa Lika, che ci ha spiegato nel dettaglio il funzionamento idraulico della Salina, tra canali, paratoie e vasche. Sono visite diverse, in condizioni diverse, eppure raccontano la stessa cosa.
C'è una sensazione fisica, prima ancora che analitica, che si prova camminando lì: lo spazio si apre all'improvviso, l'orizzonte si allarga fino a Ada Bojana e alle montagne albanesi, e per un attimo capisci perché qualcuno abbia pensato che questo posto potesse durare per sempre. Poi lo sguardo scende sugli argini crollati, sulle pompe arrugginite, sugli edifici industriali che si stanno letteralmente sgretolando, e la sensazione cambia: non è più grandezza, è resa.
Negli edifici abbandonati ho trovato quello che restava di una vita di lavoro. Sale, anche sale rosa, segno di un equilibrio biologico che ormai non c'è quasi più. Ma soprattutto le tracce delle persone: le assicurazioni sanitarie dei lavoratori, le mappe dei macchinari, i resti delle rotaie che un tempo muovevano il sale dalle vasche ai magazzini, le liste dei fornitori, vecchi ritagli di giornale ingialliti, un paio di guanti abbandonati su un banco.
In fondo qui tutto dipende da questo: se l'acqua si fermerà o no. Quando si ferma, lo spazio cambia il suo ritmo, e con esso cambia tutto ciò che può viverci. È cambiato per gli uccelli, per gli habitat, per la salina stessa. Ma, prima ancora, è cambiato per chi ci lavorava: uno stipendio, un'identità, una routine quotidiana interrotta nel 2013 e mai più tornata.
Tijana Lekic

Se ti interessa approfondire la storia di Ulcinj, puoi trovare:
🇮🇹 qui l’articolo introduttivo dell’inchiesta Restoration at a Price di Giulia Bonelli, Benedetta Pagni, ed Elisabetta Tola su FACTA (in italiano)
🇮🇹 qui l’articolo sulla perdita di biodiversità della salina di Ulcinj, di Tijana Lekić e Andrea Perišić su FACTA (in italiano)
🇲🇪 qui l’articolo sulla perdita di biodiversità della salina di Ulcinj, di Tijana Lekić e Andrea Perišić su CIN-CG (in montenegrino)
🇲🇪 qui l’articolo sulla perdita economica della salina di Ulcinj, di Tijana Lekić e Andrea Perišić su CIN-CG (in montenegrino)
🇬🇧 qui la pagina dell’inchiesta Restoration at a Price: The Hidden Costs of Europe's Degraded Salt Marshes, sul sito di Journalismfund (in inglese)
Restoration at a Price è un progetto coordinato da FACTA in collaborazione con CIN-CG e con la consulenza scientifica di eco&eco. L’inchiesta è stata realizzata con il supporto di Journalismfund Europe.
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Saline a passo di danza
Ciao! Sono Andrea Pracucci e per FACTA mi occupo di scrittura e comunicazione social. Questo spazio della newsletter è dedicato ai racconti dei luoghi culturali più impensati dove si annidano le zone umide: oggi le troviamo in… un passo di danza!
Il Rond Paludier è un ballo tradizionale bretone che coinvolgeva proprio i lavoratori delle saline (in francese “paludier” signfica “salinaio”).
Si tratta di una danza in tondo (“rond”) in cui i partecipanti si muovono al ritmo di canzoni della musica popolare bretone, eseguendo due tipi di movimenti.

Il primo è detto “L’en dedans” e prevede uno spostamento dei ballerini “all’interno” del cerchio. Si avanza e si arretra a ritmo, con leggeri spostamenti verso sinistra.
Poi c’è “L'enlevée”, che si realizza durante il ritornello. Qui i partecipanti si muovono in modo “slanciato” verso sinistra e, allo stesso tempo, si chiudono verso il centro e successivamente si allargano, creando una sorta di movimento a fisarmonica. La rotazione è molto più veloce rispetto alla sezione precedente.
Le danze del Rond Paludier venivano svolte dai lavoratori della salina di Guérande, nella Francia occidentale, anche per intere notti dopo il duro lavoro svolto durante il giorno.
E se sai unə ballerinə curiosə, ecco a te un tutorial per sviluppare una tecnica impeccabile!
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