🌱 #20 Saline, quelle zone umide a metà tra naturale e artificiale
Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.
Io sono Giulia Bonelli, giornalista e co-fondatrice di FACTA. In questo numero di Paludi (già il ventesimo!) torniamo su un tema che ci sta molto a cuore, e su cui ultimamente stiamo lavorando tanto: le saline.
Avete mai visitato una salina? È un’esperienza piuttosto intensa, totalizzante. Camminando tra le vasche, la sensazione è che il tempo scorra con un ritmo diverso. Forse anche perché sono spesso luoghi attraversati da millenni di storia. Come le saline di Tarquinia, nel Lazio, di origini preistoriche e probabilmente attive durante i periodi etrusco e romano. Oppure le saline Margherita di Savoia, in Puglia, le più grandi d’Europa e con alcune vasche scavate su piattaforme di pietra dell’Età del Bronzo.
Ma il tratto che più accomuna tutte le saline è quella fusione, del tutto unica, tra mondo naturale e impronta artificiale. Ne abbiamo parlato nell’inchiesta Restoration at a Price, che abbiamo iniziato a raccontarvi nello scorso numero di Paludi.
Gli economisti ambientali con cui stiamo lavorando a questo progetto, parte di eco&eco, definiscono infatti le saline “sistemi socio-ecologici”. Ovvero paesaggi modellati nel corso dei secoli dall’interazione continua tra processi naturali, gestione dell’acqua, produzione del sale e comunità locali. Non sono quindi né ecosistemi completamente naturali né semplici infrastrutture industriali, ma ambienti in cui natura e attività umane si sono evolute insieme.
Ed è proprio questa coesistenza tra processi naturali e artificiali che si respira attraversando una salina. Ma anche parlando con chi nelle saline oggi ci lavora. Tra le varie interviste che abbiamo fatto Elisabetta Tola ed io attraversando le zone umide d’Italia, quelle che più sono rimaste con noi sono le lunghe chiacchierate con attuali o ex salinai, custodi di una tradizione millenaria. Alcuni di loro mi hanno fatto pensare al personaggio di un bellissimo libro di Primo Levi, La chiave a stella.

Due tecnici italiani vengono inviati in Russia. Uno è un montatore di ponteggi e gru iper specializzato, e si chiama Faussone; l’altro è un chimico, ed è proprio Primo Levi. Il primo racconta, il secondo scrive. Nelle fredde serate russe, si snoda così la storia delle avventure professionali di Faussone, tecnico di grande competenza e perizia, con “la chiave a stella appesa alla vita, perché quella è per noi come la spada per i cavalieri di una volta”.
Ecco, diversi lavoratori delle saline mi hanno ricordato questo splendido personaggio della letteratura di fine Novecento. Che, come Faussone (e come probabilmente molti di noi qui su Paludi), amavano profondamente e visceralmente il loro lavoro.
“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono.”
Primo Levi, La chiave a stella
Credo che l’amore per il lavoro in salina nasca proprio dalla continua ricerca di un equilibrio tra tecnica e natura. Estrarre il sale non significa piegare la natura ai propri ritmi, ma imparare a seguirli: osservare il vento, l'acqua, il sole, misurare la salinità delle vasche, convivere con gli uccelli migratori e con le altre specie che abitano la salina. Sapendo che la produzione funziona solo se funziona anche l'intero ecosistema.
E allora immergiamoci un po’ in queste zone umide a metà tra naturale e artificiale. Ci facciamo dunque guidare tra le saline dall’analisi della letteratura scientifica di Elisabetta, e dai suggerimenti culturali di Andrea.
Buona lettura!
Giulia

Database: le saline (del Mediterraneo) e il loro valore
Né natura né cultura al 100%. Le saline, lo abbiamo già detto, sono ambienti davvero peculiari, dove l’equilibrio non è mai stabile e dove le componenti da prendere in considerazione, quando parliamo di conservazione, ripristino, ma anche solo monitoraggio e analisi, sono davvero tante. Sono sistemi socio-ecologici complessi, dove si intrecciano dinamiche ecologiche, uso del territorio, cicli delle popolazioni vegetali e animali, governance e valori delle comunità umane che le popolano. Il tutto sotto l’impatto della crisi climatica che certo rende queste dimensioni ancora più difficili da conoscere e determinare.
Io sono Elisabetta Tola, giornalista scientifica, co-fondatrice e direttrice di FACTA. Ormai l'ho detto più volte, mi piace andare a cercare paper, studi, ricerche, dati e analisi. In questo angolo di Paludi stiamo costruendo con voi un database collaborativo dove mettiamo insieme le nostre ricerche con gli studi e le ricerche che ci segnalate voi. Oggi ho scelto questi due lavori che ci mostrano le saline sotto una luce diversa.
💦 Bechor et al., How can past sea level be evaluated from traces of anthropogenic layers in ancient saltpans? PLOS One (2023).
Le saline possono essere ‘lette’ anche come archivi storici unici, che permettono di misurare l'innalzamento del mare nei secoli. Il paper si concentra sul caso delle saline medievali che si trovavano sull’isola di Dugi Otok, in Croazia. Qui, grazie all’analisi geochimica e paleontologica dei sedimenti e all’uso della datazione ottica, sono state individuate le tracce lasciate dall'attività umana nei secoli, dal periodo di attività a quello di abbandono e risommersione. Un metodo applicabile a molte altre antiche saline del Mediterraneo, che permetterebbe di ampliare le serie storiche disponibili e ricostruire l'evoluzione del livello marino.
Annalisa Marzano. Marine salt production in the Roman world: The salinae and their ownership. Quaternary Science Reviews (2024).
Il controllo del sale, l’oro bianco, è stato nei secoli una delle chiavi delle relazioni tra paesi e potenze economiche e una delle materie prime più controllate. Questo paper però ci racconta una storia diversa: nell'Impero romano le cose funzionavano diversamente. Attraverso fonti archeologiche, epigrafiche e giuridiche, l'autrice mostra che le saline erano spesso proprietà private, di città o perfino di templi. Questa interpretazione spiegherebbe perché attività come la conservazione del pesce, la lavorazione delle carni, la concia delle pelli o la produzione della porpora fossero diffuse in tutto il Mediterraneo romano: il sale, ingrediente indispensabile per tutte queste filiere produttive, era facilmente accessibile e a costi contenuti. Ed è forse proprio la disponibilità di questa risorsa che ha contribuito alla crescita commerciale dell'economia romana.
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Saline sotto le stelle
Già nell’introduzione a questo numero di Paludi avete trovato un bel riferimento culturale, quindi oggi questa sezione finale sarà un po’ diversa: vogliamo segnalarvi un’attività tra l’astronomia e le saline.
Io sono Andrea Pracucci, mi occupo di social e scrittura per FACTA e questa volta mi rivolgo soprattutto a chi vive in Romagna o ci andrà in vacanza nelle prossime settimane.
La Salina di Cervia, di cui abbiamo già parlato nel dodicesimo numero di Paludi, organizza l’evento “Salina sotto le stelle” per consentire agli amanti dell’osservazione astronomica di guardare il cielo stellato immersi nel silenzio notturno di questa meravigliosa zona umida.

L’esperto astrofisico Oriano Spazzoli accompagnerà tutte le tappe di questo appuntamento, in cui le osservazioni al telescopio saranno alternate a racconti e letture di brani sulle saline.
Il prossimo appuntamento è per domani, 10 luglio, quello successivo per il 24. L’evento si ripeterà anche ad agosto e settembre: per consultare il calendario e avere più dettagli potete cliccare qui.
Chissà che non sia anche l’occasione giusta per proporre agli altri partecipanti una bella danza dei salinai, di cui vi avevamo parlato nello scorso numero.
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