🌱 #22 Venezia, la laguna che cambia
Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.
Io sono Giulia Bonelli, giornalista e co-fondatrice di FACTA, e per prima cosa oggi vi voglio ringraziare. Grazie a tutte le persone che hanno risposto all’appello che abbiamo lanciato nello scorso numero di questa newsletter, e che ci hanno suggerito luoghi dove proiettare il documentario Paludi.
Da Roma a Staranzano, da Lignano Sabbiadoro a Gibellina, da Orvieto a Trieste, fino ad arrivare alla Lituania: ci stanno arrivando proposte bellissime! Per raccoglierne ancora di più, abbiamo realizzato un breve form.
Conosci un piccolo festival, un'associazione, un'università, una biblioteca o un altro spazio culturale che potrebbe ospitare una proiezione? Clicca qui per compilare il form: ci vorranno circa tre minuti, e riceverai il documentario in anteprima.
Con il prezioso aiuto della community di Paludi, presto inizieremo dunque il tour di proiezioni dal basso dell'omonimo documentario, prodotto da FACTA in collaborazione con FADA Collective e scritto e diretto da Sara Manisera.
Il documentario Paludi è dedicato a due preziose, complesse e controverse zone umide d’Italia. Una di queste è la laguna di Venezia. È una delle città più fotografate del mondo. Eppure, come ci ha ricordato la guida ambientale Alessandro Sartori durante le riprese, è anche un ecosistema fragile, attraversato da turismo, infrastrutture, cambiamenti climatici e trasformazioni che si misurano su scale temporali molto diverse.
E infatti la laguna cambia continuamente. Si innalza il livello del mare, le barene vengono erose dalle onde e dal moto dei natanti, cambiano le specie che la abitano e persino il modo in cui le persone la attraversano e la vivono.
Per capire meglio questa laguna che cambia, torniamo al nostro solito punto di partenza qui a Paludi: esploriamo la letteratura scientifica e proviamo a capire che cosa ci raccontano i dati. A guidarci nel nostro database, come sempre, è Elisabetta Tola, che in Veneto è nata e cresciuta e che con la laguna di Venezia ha un rapporto che viene da lontano.
E se, dopo il database, vi verrà voglia di restare ancora un po' in laguna, Andrea Pracucci vi porterà dalle barene ai canali di Sant'Erasmo attraverso un film capace di raccontare una Venezia lontana da gondole e cartoline, tra isole e “barchini” ai margini della città.
Buona lettura!
Giulia

Database: imparare la propria laguna
C’è un’isola, nella laguna di Venezia, che ha ben due chiese, un museo, una storica locanda e una manciata di case. La chiesa nuova, Santa Fosca, è del 1100 circa. Quella vecchia, Santa Maria Assunta, risaliva al 600, poi rimaneggiata più volte. E c’è un campanile, nel prato lì vicino, che si vede bene dalla laguna.
Torcello, che oggi ha 10 residenti, per me è un luogo d’origine, un’isola unica, la più bella, quella davvero speciale. Perché a Torcello è nata la mia mamma, Gianna, alla fine dell’anno in cui è scoppiata la II guerra mondiale, quando gli abitanti erano circa 200 e c’era perfino una scuola elementare con una pluriclasse e una maestra che lì insegnava. A Torcello era nata la mia nonna Iride, vent’anni prima, e sua nonna Angiolina (chissà se poi si chiamava davvero così o Angelina o Angela), e su su, per tutta la linea femminile della mia famiglia.

Io sono Elisabetta Tola, giornalista scientifica, co-fondatrice e direttrice di FACTA. Torcello per me non è un pezzetto di terra emersa nella laguna. E la laguna di Venezia non è solo un posto bellissimo e struggente. È il mio paesaggio dell’anima, quello che sento mio come nessun altro.
È l’isola originaria, quella a cui sono arrivata tante e tante volte in vaporetto, da bambina, a trovare quelle che ancora erano persone di famiglia, a vedere il ponte del diavolo e a sedermi, nella piazzetta, su quello che è conosciuto come trono di Attila, prima di entrare in una delle case lungo il canale e mangiare i pesciolini fritti preparati dalla Giuliana, la cugina di mia nonna che a Torcello ha vissuto tutta la sua vita.
Per questo, anche occupandomi di zone umide da anni con le mie compagne di avventura qui a FACTA, solo negli ultimi mesi ho preso il coraggio di avvicinarmi anche alla laguna di Venezia. Avevo la necessità, prima, di conoscere di più e di studiare e di comprendere al di là della mia relazione personale con questo posto unico al mondo. E non solo perché unica è Venezia, unica al mondo come città e come storia. Ma perché la sua laguna ha una storia che è tutt’altro che naturale.

La laguna come la conosciamo oggi non è un ecosistema “naturale”. Anzi, è il perfetto esempio e il risultato di un'interconnessione secolare tra la continua pressione di noi umanə e la struttura di un paesaggio, di una terra e delle acque che cambiano, evolvono, e si modificano anche come risultato di quella pressione. Non sempre con i risultati desiderati, non sempre riuscendo, ovviamente, a controllare tutte le variabili. Soprattutto con l’illusione di poter risolvere i problemi creati attuando altre modifiche tecniche che però, solitamente, poi creano nuovi problemi e così via. Insomma, la laguna è più di altri un ecosistema fragile e instabile, studiata, studiatissima, eppure difficile da tenere in equilibrio. Una lezione esemplare per la nostra hubris.
Come vi abbiamo anticipato nel numero precedente di questa newsletter, stiamo lavorando a un’inchiesta nell’ambito del progetto Unwetlands, sostenuto dalla Journalism Science Alliance, in collaborazione con il Theoretical and Scientific Data Science Group della SISSA di Trieste per studiare le zone umide italiane attraverso i dati satellitari. E con il collettivo FADA nella produzione del documentario che racconta le persone che questi luoghi li abitano, li proteggono, li amano.
E dunque, vi propongo, in questo angolino di Paludi, un paio di lavori scientifici selezionati nel corso di quel progetto e che vanno ad arricchire il database collaborativo che stiamo costruendo (anche grazie al prezioso lavoro di Benedetta Pagni, altra super amante dei dati che lavora in squadra con noi). Ecco qui:
💦 Lionello et al., Long-term adaptation pathways for Venice and its lagoon under sea level rise. Scientific Reports (2026). Un’analisi sistematica a più livelli della situazione lagunare che è anche un monito. Lo spazio delle soluzioni per salvare Venezia e la sua laguna si sta restringendo per l'inesorabile innalzamento del livello del mare. L’attuale sistema di barriere mobili (MOSE) dovrà essere attivato sempre più spesso e, dunque, andrà incontro a limiti operativi critici entro questo secolo, causando anche danni ecologici all'ecosistema e bloccando le attività portuali. Ci sono quattro possibili percorsi di adattamento, nessuno particolarmente ottimista sulla possibilità di far vivere Venezia e la sua laguna così come le conosciamo. Qualunque opzione richiede tempi estremamente lunghi di pianificazione e impone delle scelte su quali dimensioni conservare e quali sacrificare.
Horneman et al., Nature-based adaptation in human dominated coastal ecosystems. Ecological Indicators (2026). Questo studio valuta l'efficacia di 49 tecniche di ripristino costiero in 9 siti europei, tra cui la Laguna di Venezia. Le soluzioni indicate sono raggruppate in tre categorie: biogeochimiche, geomorfologiche e basate sulla natura. Le soluzioni puramente "verdi" (ad es. trapianti di vegetazione, fascine), considerate ottimali per riattivare i processi ecologici, risultano vulnerabili quando le pressioni ambientali o umane diventano troppo intense. In scenari di forte stress, dunque, è necessario ricorrere a soluzioni ibride o ingegneristiche a supporto della natura, mitigando le pressioni umane prima di qualsiasi intervento. Lo studio ha sviluppato uno strumento digitale interattivo per guidare le scelte dei decisori politici.
Atlantide e i "barchini" della laguna
Ciao a tuttə, io sono Andrea Pracucci e mi occupo di social e scrittura per FACTA. Oggi parliamo di, ehm, giovani tamarri in laguna.
La laguna di Venezia è formata da decine di isole e dalle comunità che le abitano. Stiamo parlando di una superficie complessiva di circa 550 km², un’area davvero immensa.
Come dev’essere vivere da giovani in un luogo così particolare? Il film-documentario Atlantide (2021) del regista romagnolo Yuri Ancarani ce lo racconta, facendoci immergere in una storia affascinante che segue alcune ragazze e ragazzi nelle loro avventure e sfide quotidiane. Atlantide nasce volutamente senza sceneggiatura, con i dialoghi rubati dalla vita reale.
Siamo a Sant’Erasmo, una delle isole della laguna. Qui, i cosiddetti “barchini” sono i protagonisti assoluti. Si tratta di piccole imbarcazioni a motore sottoposte a limiti di velocità stringenti, che però negli ampi spazi lagunari diventano strumenti di competizione tra i ragazzi.
Tra impennate sulle onde, nomi delle fidanzate “tatuati” sullo scafo e musica martellante sparata dagli altoparlanti, il film mostra un lato tamarro della laguna piuttosto inedito. Ma c’è spazio anche per le aspettative e le difficoltà delle vite dei giovani della laguna.
Atlantide è stato presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia 2021, ed è stato candidato come miglior documentario ai David di Donatello 2022. Lo potete trovare su RaiPlay: non perdetevelo!

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