🌱 #14 Zone umide contro la crisi climatica

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🌱 #14 Zone umide contro la crisi climatica

Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.

Io sono Giulia Bonelli, giornalista e co-fondatrice di FACTA, e oggi scrivo questa introduzione al quattordicesimo numero di Paludi da Mechelen, in Belgio. In questi giorni parte della squadra di FACTA (e di Paludi) è qui per un incontro del network di media indipendenti Reference Media Circle, di cui siamo parte, e per l’appuntamento annuale con Dataharvest, la conferenza europea di giornalismo investigativo organizzata da Arena for Journalism in Europe.

Contribuiremo al programma con un panel imprenditoriale su giornalismo indipendente, un panel collaborativo su giornalismo e scienza e un workshop sulle metodologie della citizen science per il giornalismo d’inchiesta. Se tra le persone del mondo del giornalismo iscritte a Paludi c’è qualcunə in arrivo, scriveteci rispondendo a questa mail! Saremmo molto felici di incontrarci di persona.

Ma ora entriamo nel vivo dell’argomento di oggi. Dalle zone umide come soluzioni naturali alle conseguenze della crisi climatica ai bayou che hanno ispirato il rock americano: con questo numero di Paludi mettiamo insieme dati scientifici, crisi ecologica e musica. Elisabetta Tola ci racconta un nuovo pezzo del database collaborativo di Paludi dedicato alle wetlands come nature-based solutions, mentre Marco Boscolo ci accompagna attraverso i paesaggi sonori del Mississippi.

Le zone umide, del resto, fanno molte più cose di quelle che immaginiamo: proteggono le coste, assorbono carbonio, regolano la disponibilità d’acqua. E qualche volta ispirano canzoni.

Buona lettura!

Giulia

Postazione di lavoro a Mechelen per completare il numero di oggi di Paludi 😄

Database: le wetlands come nature-based solutions

Ormai l’avete letto spesso, seguiamo un metodo preciso nel nostro lavoro, quello che chiamiamo metodo FACTA, partendo dalla letteratura scientifica e dai dati, quando sono disponibili. 

Io sono Elisabetta Tola, giornalista scientifica, co-fondatrice e direttrice di FACTA. Sono anche una grande appassionata di dati e visualizzazioni. In questo angolo di Paludi stiamo costruendo con voi un database collaborativo dove mettiamo insieme le nostre ricerche con gli studi e le ricerche che ci segnalate voi. 

Le soluzioni basate sulla natura sono citate ormai frequentemente in molti casi quando dobbiamo ragionare su strategie e modalità di rigenerazione di un ambiente degradato o di gestione di un ecosistema a rischio. In cima alle nature-based solutions (NBS) ci sono le nostre amatissime wetlands, che Jacqueline L Raw, ricercatrice dell’Institute of Coastal and Marine Research alla Nelson Mandela University in Sudafrica, definisce superheroes in un bell’articolo su The Conversation di un paio di anni fa. Scrive Raw che le wetlands “rappresentano una 

nature-based solution nel contrasto alla crisi climatica, ma solo se protette e ben gestite”. Assorbono il carbonio atmosferico e lo convertono in sostanza organica, che rimane racchiusa nel suolo paludoso nutrendo le piante che ci crescono ma evitando nuove emissioni. “Questo carbonio può rimanere bloccato per decenni o secoli, una scala temporale significativa per il contrasto alla crisi climatica” aggiunge Raw. 

Nel suo articolo, Raw ricorda anche altri utilizzi delle wetlands per esempio come “infrastruttura ecologica contro le inondazioni”, una caratteristica diventata parte delle più recenti opere di coastal engineering, quei progetti di rigenerazione del lungomare che diverse città costiere stanno attuando come strategia di adattamento climatico. Un po’ come abbiamo raccontato in questo approfondimento che abbiamo pubblicato a settembre scorso su FACTA: La risposta di Rimini all’aumento del livello del mare

Ma c’è molto di più. 

Le wetlands sono efficaci anche per regolare la disponibilità di acqua dolce, agendo da filtro, grazie alla ricchezza di piante e microrganismi che ospitano, contro diversi inquinanti, sia inorganici che organici. E non è casuale che una particolare attenzione a questa loro straordinaria caratteristica arrivi dal Sudafrica, come scrive Gaathier Mahed, anche lui di stanza alla Nelson Mandela University, in un altro articolo su The Conversation del 2019, Wetlands do the job of expensive technology, if we let them

Elisabetta Tola e Marco Boscolo durante una presentazione della loro inchiesta su agricoltura e scarsità d'acqua (foto d'archivio)

Siamo state in Sudafrica per una delle nostre inchieste sul mondo dell’agricoltura nel 2016. Si parlava già di scarsità d’acqua. Io poi ci sono tornata nel 2018. E nei mesi estivi di quell’anno, il terzo in fila di una crisi idrica senza precedenti, Cape Town si preparava al Day Zero, prima città al mondo che è arrivata vicinissima a chiudere completamente i rubinetti a tutta la popolazione. Per evitarlo la città ha messo in campo una campagna super aggressiva di risparmio idrico, che è riuscita a evitare il peggio ma ha anche reso tangibile il rischio di rimanere senz’acqua. Capire come combinare una buona gestione della rete idrica con soluzioni basate sulla natura che aiutino a migliorare la disponibilità di acqua non è più una scelta, sta diventando una necessità molto seria.

E dunque, dal nostro database collaborativo, questa settimana scegliamo due paper che raccontano bene queste straordinarie capacità delle zone umide come infrastrutture ecologiche. 

A tal proposito, durante la School of Ecological Imagination cui abbiamo partecipato, Yurij Castelfranchi ci ha condiviso molti spunti interessanti che vengono dalla critica decoloniale e contro coloniale. Secondo gli autori che lavorano da questa prospettiva parlare di “soluzioni” e di “servizi ecosistemici” ci porta ancora una volta a considerare foreste, suoli e oceani come risorse che devono fornire servizi quantificabili, utilizzabili e perfino monetizzabili. Rischiamo dunque di cadere nuovamente in una prospettiva produttiva, di stampo capitalista, dei territori e delle forme di vita. Ma su questo torneremo.

Ci piacerebbe che questo database diventasse un lavoro collaborativo in cui inseriamo anche i tuoi suggerimenti sulle pubblicazioni che meglio misurano e raccontano le zone umide in Italia e nel mondo. Ti va di darci una mano?

La musica del bayou

Una delle cose che mi piacciono di più al mondo è la musica, al punto che la mia carriera di giornalista è cominciata proprio in questo settore diversi anni fa. Mi sono poi appassionato alla scienza e all’ambiente, contribuendo a fondare FACTA assieme alle mie colleghe. Ma se cercate “Marco Boscolo” su Google, non è difficile trovare qualche mio articolo sulla musica.

E che cosa troviamo all’incrocio tra musica e zone umide? In realtà, tantissimo! Basti pensare che la città del jazz, New Orleans, è al centro di un grande sistema di paludi, stagni e la foce del fiume Mississippi. Proprio tra i bracci paludosi del fiume, l’acqua scorre lenta e si formano particolari zone umide che vengono chiamate bayou (una storpiatura francese di una parola in lingua choctaw ‘bayouk’, che significa «fiume» o «tortuosità»).

I bayou sono caratterizzati da acqua salmastra e da specie animali e vegetali tipiche, come per esempio vari tipi di gamberi, ma anche gli alligatori. Sono spesso navigabili, formando una rete intricata di vie di comunicazione, ma anche di aree isolate e difficili da raggiungere. Tutto questo ha ispirato miti e leggende a non finire nel folklore locale. 

Nonostante si siano formati in California, i Creedence Clearwater Revival, una delle band più importanti del rock americano tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, hanno attinto a piene mani a questo immaginario per le loro canzoni. Il loro secondo disco di rock-blues profondamente ispirato al Delta del Mississippi e alla sua musica si intitola semplicemente Bayou Country (1969).

Ad aprire il disco è la celebre Born on the Bayou: riferimenti alla cultura cajun locale, ai riti magici che le nebbie del bayou nascondono e alla vivace vita notturna di New Orleans (John Fogerty, il leader della band, è anche accreditato di aver inventato un aggettivo per definirla: ‘choogling!). Eccovene una versione live registrata nel 1969 a Woodstock.


Grazie per aver letto fin qui. Se vuoi mandarci un commento, hai notato un’imprecisione, vuoi suggerirci la tua palude del cuore, o anche solo vuoi entrare in contatto, scrivici rispondendo a questa mail: ne saremo contentə!

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Alla prossima palude!

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