🌱 #18 Chi parte e chi torna
Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.
Io sono Giulia Bonelli, giornalista e co-fondatrice di FACTA. Questa settimana ho iniziato a scrivere l’introduzione al diciottesimo numero di Paludi dopo aver letto, non senza una certa emozione, un articolo sul sito dell’International Press Institute che racconta la nascita di Paludi nell’ambito del New Media Incubator di IPI.
Vi avevamo già raccontato questa storia, dal nostro punto di vista, nel decimo numero di questa newsletter, che si chiamava appunto “Così è nata Paludi”. Ma per noi è stato di grande ispirazione leggere la stessa storia attraverso gli occhi di chi ci ha aiutato a pensare, ripensare, stravolgere e alla fine realizzare il progetto Paludi. Un nuovo grazie dunque al nostro coach nell'ambito dell'incubatore Khalil A. Cassimally, al nostro esperto di engagement Mattia Peretti, al Media Innovation team di IPI, in particolare Ryan Powell, Alina Živanović, Nicky Deluggi e Dinara Satbayeva. Dinara tra le altre cose è anche autrice della newsletter di IPI The Outlook: se vi interessa restare aggiornatə sulle innovazioni nei media in Europa e nel mondo, potete iscrivervi qui.
L’ultimo numero di The Outlook ripercorre anche la nascita di Paludi, così come è raccontata nell’articolo di IPI. È una storia che restituisce bene il percorso che abbiamo fatto fin qui: da un’intuizione iniziale - riportare al centro del dibattito pubblico ecosistemi spesso invisibili, come le zone umide - alla costruzione di una piccola ma coesa comunità. Una rete che mette in dialogo persone provenienti soprattutto dal mondo della scienza, ma anche del giornalismo, dell’arte, della comunicazione, dell’attivismo.
Abbiamo pensato di condividere questa storia anche con voi, perché in fondo Paludi esiste per merito delle persone che ogni settimana la leggono, rispondono alle nostre email, ci segnalano storie, luoghi, articoli scientifici, curiosità. Se oggi questo spazio continua a crescere, è soprattutto grazie a voi.
Ed è proprio da uno di questi scambi che nasce anche il tema centrale del numero di oggi di Paludi. Durante il nostro lavoro di inchiesta sulle zone umide, ci siamo imbattutə spesso in espertə di ornitologia e conservazione, che ci hanno aiutato a guardare questi ambienti da una prospettiva diversa.
Quella di chi le paludi le sorvola, le abita ma soprattutto le sceglie.
Di chi arriva. Riparte. E a volte ritorna.
Gli uccelli migratori, che ogni anno percorrono migliaia di chilometri, raccontano storie molto più grandi dei loro maestosi stormi. Parlano della salute degli ecosistemi, degli effetti delle attività umane e di ciò che accade quando un ambiente degradato viene riportato in vita. Ce lo racconta Elisabetta Tola nella sezione di oggi del nostro database di Paludi, dedicato proprio alle rotte migratorie. Perché a volte il segnale più evidente che un ecosistema sta recuperando è proprio il ritorno degli uccelli che lo avevano abbandonato.
E, a proposito di partenze, Andrea Pracucci ci porta invece nel magico mondo di Migration, delizioso film d’animazione del 2023 diretto da Benjamin Renner. Che ci dice molto sulla paura di partire, ma anche su quella di tornare.
Buona lettura!
Giulia
Database: chi parte e chi torna. Le rotte migratorie verso le zone umide
Riprendiamo il nostro database condiviso e seguendo il nostro metodo FACTA, scegliamo, anche assieme a voi, la letteratura scientifica e i dati che ci permettono di misurare i diversi fenomeni che interessano le nostre adorate paludi.
Io sono Elisabetta Tola, giornalista scientifica, co-fondatrice e direttrice di FACTA. Viaggio molto ma non sono troppo attenta a scegliere sempre i miei approdi in base alle caratteristiche naturali. Gli uccelli in generale sono molto più esigenti. E così, in molte zone del mondo la distruzione delle zone umide si è tradotta in abbassamento o vero e proprio tracollo della biodiversità, un fatto che si rende molto visibile a partire proprio dalla quantità e qualità di specie avicole, e dunque di uccelli, che decide di volare, sostare, nidificare, rimanere in una certa zona.
Diversi gruppi di ricerca hanno deciso di monitorare gli eventuali rientri, i ritorni, insomma la presenza di un elevato numero di specie nelle zone umide a seguito delle azioni di restoration, di ripristino, delle stesse. Per esempio riportandole in salute dopo che erano state prosciugate o utilizzate per attività agricole.

Vi segnaliamo solo due studi, uno in Armenia e uno in Svezia, che si riferiscono a periodi temporali molto diversi, ma che, in entrambi i casi, raccontano di ritorni piuttosto entusiasti. Ma anche del bisogno di fare attenzione, nei ripristini, alle esigenze di specie diverse.
🐦 K. Aghababyan e V. Grigoryan, First attempt of restoration of brackish marshes in Armenia and its influence on the fauna of waterbirds. Wetlands Ecology and Management (2024).
Questo articolo, che racconta di una ricerca fatta congiuntamente da una ONG, BirdLinks Armenia, dal Ministero dell’ambiente armeno, ci porta nella pianura di Ararat, nel santuario di Khor Virap, in Armenia, sito Ramsar e candidato a diventare un Emerald Site (zona di speciale interesse conservazionistico, descritta dalla Convenzione di Berna per tutelare la flora e la fauna selvatica). Il ripristino, che riguarda solo una porzione pari a 1,6 ettari di paludi salmastre degradate attraverso la creazione di stagni e isolotti artificiali, ha visto un aumento delle specie nidificanti da 38 a 55 e di quelle migratorie da 31 a 61, con un netto incremento di specie protette a livello internazionale. Il confronto è stato fatto con dati raccolti prima dell’intervento, nel triennio 2017-2019, e dopo, nel 2020-2021. Ci sono però dei vincitori e dei vinti. I primi sono gli uccelli associati alle acque libere e ai canneti, come anatre, svassi, pellicani e cannaiole. I perdenti, o meglio i grandi assenti, sono invece i limicoli, che probabilmente soffrono l’assenza di sponde fangose e spiagge poco profonde. E dunque lo studio dà indicazioni in questo senso: il ripristino va esteso, perché funziona, ma bisogna modificare il design ecologico includendo anche habitat costieri adatti ai limicoli.
🦆 I. Kacergyt et al. Quantifying effects of wetland restorations on bird communities in agricultural landscapes. Biological conservation (2022). Tra il 1969 e il 2016, la Svezia ha avviato una vasta campagna di ripristino ecologico per salvare le proprie zone umide agricole. A partire dai primi anni '80, e con una forte accelerazione durante gli anni '90, 30 laghi eutrofici ormai soffocati dall'eccessiva vegetazione sono stati trasformati radicalmente tagliando canneti, rimuovendo alberi e arbusti, e ripristinando i naturali livelli dell'acqua. Confrontando i censimenti dell'avifauna prima e dopo questi decenni di lavori, la storia che emerge è quella di un profondo mutamento negli equilibri ecologici. I grandi "vincitori" di questa riapertura del paesaggio sono stati anche in questo caso gli uccelli acquatici: le specie che nidificano sulle isole hanno visto le proprie popolazioni esplodere, con aumenti stimati tra il 62% e il 315%, seguite a ruota da anatre tuffatrici, svassi e trampolieri. Di contro, gli uccelli legati agli habitat arbustivi, come diversi passeriformi, hanno improvvisamente perso la loro casa a causa dei disboscamenti previsti dai ripristini, subendo cali demografici tra il 4% e il 55%. E dunque anche qui i ricercatori avvertono che gli sforzi di conservazione devono utilizzare la lezione appresa da questa lunga transizione: vanno introdotti rigorosi monitoraggi standardizzati fin dal primo giorno, per misurare con esattezza l'impatto reale di ogni nuovo intervento.
Ci piacerebbe che questo database diventasse un lavoro collaborativo in cui inseriamo anche i tuoi suggerimenti sulle pubblicazioni che meglio misurano e raccontano le zone umide in Italia e nel mondo. Ti va di darci una mano?
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Una grande migrazione
Gli uccelli migratori provano sensazioni di paura per i pericoli che corrono durante la migrazione? Alcune ricerche scientifiche hanno dato qualche risposta parziale a questa domanda.
Per esempio, un gruppo di studiosi dell'Università del Maryland e del Powdermill Avian Research Center, nel 2025, ha constatato che il gray catbird (Dumetella carolinensis) modifica il proprio comportamento, posizionandosi più in basso in una voliera, quando è esposto alla presenza di un predatore rapace. Un adattamento che dice qualcosa sulla gestione del rischio di questa specie aviaria.
Non esiste, però, un riscontro scientifico univoco al riguardo; per avere qualche risposta in più, allora, è il caso di affidarsi alla fantasia.
Io sono Andrea Pracucci, e qui siamo nella sezione culturale e artistica di Paludi. Oggi parliamo del viaggio fantastico di una famiglia di anatre, da una zona umida del New England alle spiagge della Giamaica.
Prendi il volo - in inglese Migration - è un film d’animazione del 2023, diretto da Benjamin Renner e realizzato da Illumination, la casa di produzione del franchise di Cattivissimo Me.
La coppia di anatre formata da Max e Pam Mallard vive in uno stagno accogliente e tranquillo con i due figli Dax e Gwen e lo zio Dan. Max si sente al sicuro solo in questo spazio e prova grande timore per i rischi legati al mondo esterno e, in particolare, alla migrazione.

Le paure di Max lo tengono inchiodato allo stagno, anche se gli altri membri della famiglia vorrebbero viaggiare, conoscere il mondo e volare liberi.
Qualcosa cambierà all’arrivo di uno stormo di anatre, fermatosi nello stagno durante la tratta migratoria per la Giamaica. Il desiderio di avventura di Pam, Dax e Gwen porterà questa simpatica famiglia a partire per un lungo percorso costellato di incontri inaspettati, paesaggi meravigliosi e prove da affrontare insieme. La paura diventerà coraggio, i pericoli un’occasione di maturazione.
Prendi il volo contiene anche una delle scene preferite della storia dell’animazione della nostra Giulia Bonelli, come ci ha confidato mentre preparavamo questo numero: eccola qui!
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