🌱 #29 Tessere campi
Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.
Io sono Giulia Bonelli, co-fondatrice di FACTA, e sono appena tornata da Gdańsk, dove si è tenuta la prima edizione di Breakwater, un nuovo festival di giornalismo d'inchiesta "che riunisce giornalisti dalla Polonia, dai Paesi nordici e dall’Europa centrale e orientale", come si legge sul sito.
La questione, in effetti, è stata discussa esplicitamente: serviva davvero un altro festival di giornalismo? E mi ha convinto molto la risposta di Peter Matjašič, Direttore del network di giornalismo indipendente Reference Media Circle (di cui FACTA fa parte) e co-organizzatore di Breakwater: «Non servono necessariamente altri festival, ma servono spazi per incontrarsi, ascoltare e uscire un po’ dalla propria bolla, parlando della sfida comune del giornalismo a difesa della democrazia». E Breakwater è stato proprio questo: un luogo prima di tutto di incontro, un rispettoso scambio di idee e un festival dove viene voglia di tornare il prossimo anno.

Mentre io ero in Polonia, le mie partner in crime Elisabetta Tola, Marco Boscolo e Francesca Conti erano invece a Modena, al DIG Festival, dove FACTA ha contribuito a organizzare l'evento "Expert-reviewed journalism: come costruire collaborazioni efficaci tra giornalisti e scienziati" (che ha visto Elisabetta e Marco come speaker insieme ad Anna Berti Suman). Elisabetta ha moderato anche il panel "Chi è responsabile dei danni ambientali?" insieme ad Anna Koens, Alessia Melchiorre, Francesca Cicculli e Francesco De Augustinis.
E proprio Elisabetta, come sempre, è la nostra guida nel database collaborativo di Paludi, che oggi si arricchisce di un nuovo capitolo. Andiamo nella zona del Volturno, tra mappe, immagini satellitari e due studi che arrivano a interpretazioni diverse sull’origine della salinità della falda. Per ricordarci anche una cosa importante: i dati sono strumenti potentissimi, ma per interpretarli bisogna sapere come sono stati raccolti e che cosa ci stanno davvero dicendo.
Prima di lasciarvi alla lettura, però, vi segnalo un appuntamento speciale per la community di Paludi, soprattutto per chi vive e lavora in Umbria e si interessa di agricoltura sostenibile.
Sabato 10 ottobre, dalle 17:30 in poi, siete tuttə invitatə all’Azienda agricola Janas di Porano, vicino a Orvieto, dove noi di FACTA organizziamo insieme a IrpiMedia, Ecomuseo del Paesaggio Orvietano e hallowasabi l'evento "Tessere campi". Un incontro su autonarrazione, agricoltura, comunità locali, arte e giornalismo come strumenti per contrastare i deserti informativi e costruire nuovi modelli di sostenibilità.
📍 Sabato 10 ottobre, Azienda agricola Janas, Porano
🕠 17.30 - dialogo aperto
🍽️ 19.30 - cena sociale
📩 Per informazioni e prenotazioni: info@irpi.eu
La giornata nasce dall’inchiesta “Non è un’agricoltura per piccoli”, realizzata da FACTA e IrpiMedia nell’ambito di Senza Segnale, progetto di giornalismo partecipativo che lavora sui territori marginalizzati e sui cosiddetti deserti informativi del Mediterraneo. E parte da una domanda che ci sembra molto vicina anche al lavoro di Paludi: che cosa hanno in comune il giornalismo indipendente e la piccola agricoltura? Più di quanto sembri: entrambi hanno bisogno di autonomia, reti e comunità.
Ne parleremo insieme ad agricoltori, giornalisti e realtà del territorio, con la partecipazione artistica di hallowasabi studio tessile. A seguire, ci sarà una cena sociale preparata da Janas con i prodotti dell'azienda agricola. Sarà anche l’occasione per restituire alla comunità il lavoro fatto con Senza Segnale e continuare il confronto su cosa significhi oggi portare avanti un progetto di piccola agricoltura sostenibile.
Se volete prenotarvi o saperne di più, scrivete a info@irpi.eu oppure rispondete semplicemente a questa mail.
Buona lettura!
Giulia

Database: il Volturno tra mappe, satelliti e dati
Cartografie, mappe, e oggi satelliti. Gli strumenti per misurare come cambiano gli elementi che compongono i nostri ecosistemi sono tanti. Da un po’ noi stiamo sperimentando, in collaborazione con diversi ricercatori e ricercatrici, l’uso dei satelliti per analizzare dati che non è facile magari desumere solo dal lavoro sul campo. E se oggi abbiamo a disposizione i potenti mezzi di Copernicus e altri sistemi di osservazione della terra, l’uso dei dati geografici non è certo una novità.
Io sono Elisabetta Tola, giornalista scientifica, co-fondatrice e direttrice di FACTA. In questo angolo di Paludi stiamo costruendo con voi un database collaborativo dove mettiamo insieme le nostre ricerche con gli studi che ci segnalate voi.
Da un po’, ormai lo sapete, stiamo approfondendo, studiando e raccogliendo storie e dati su diverse zone umide, perlopiù costiere per ora. Io continuo a immergermi nel passato e presente, con uno sguardo al futuro, della laguna di Venezia. Ma stiamo anche andando sulla costa tirrenica. Per esempio, come raccontiamo nel documentario Paludi con FADA Collective, siamo state a Castel Volturno.

Da un paio d’anni assieme al gruppo di data science della Sissa di Trieste stiamo lavorando a un sistema di analisi dei dati satellitari per individuare i casi più interessanti su cui poi andare ad approfondire il nostro lavoro di inchiesta direttamente sul terreno. In questo percorso, diventano preziosi i paper e le ricerche di chi raccoglie dati e svolge analisi puntuali sulle singole situazioni. Ma anche i servizi di raccolta dati, sempre più potenti, da parte di realtà come ISPRA.
E così da qualche giorno mi sto studiando il Portale delle coste, un vero bacino di informazioni, con anche un’applicazione WebGis che permette di consultare i contenuti geografici relativi alla linea di costa, un vero e proprio geodatabase che permette di vedere l’intera linea di costa nazionale, le opere di difesa e portuali, il limite di retrospiaggia e anche l’uso del suolo e la delimitazione degli areali delle spiagge emerse in tre periodi diversi di raccolta dati (2000, 2006 e 2020). Il servizio è stato presentato, spiegato, raccontato, anche con diversi casi studio locali, nel 2022 e tutti i materiali di quell’incontro si possono consultare online e sono dunque utili a capire non solo cosa sia questo portale ma come possa supportare poi la ricerca ma anche il giornalismo di inchiesta come il nostro.
Oltre a questi materiali davvero preziosi, torno però anche al nostro amato database condiviso che continuiamo ad arricchire, anche grazie ai vostri suggerimenti e indicazioni. E questa settimana rimango su Castel Volturno, con tre lavori. Il primo è sempre nel contesto della cartografia, e anche se non è recentissimo costituisce un interessante riferimento perché propone una serie storica e dunque uno sguardo molto allargato nel tempo, e perché fa anche un esercizio di previsione, che ora, con i dati attuali, potremo provare a verificare, proprio anche durante il nostro lavoro sul campo. Su questo, come sempre, sarete le prime e i primi ad avere notizie, quindi stay tuned!
Alberico et al., Historical maps and satellite images as tools for shoreline variations and territorial changes assessment: the case study of Volturno Coastal Plain (Southern Italy), Journal of Coastal Conservation (2017). Lo studio ricostruisce due secoli di trasformazioni della piana costiera del Volturno, tra Mondragone e il Lago Patria. Per farlo incrocia mappe storiche, carte topografiche, ortofoto e immagini satellitari dal 1817 al 2012. All'inizio dell'Ottocento la piana era occupata da paludi, pinete e dune. Dal 1831 le bonifiche borboniche hanno trasformato queste zone in terreni agricoli e ridotto l'apporto di sedimenti al mare. Tra il 1860 e il 1957 la costa è avanzata quasi ovunque. Poi la foce del Volturno ha iniziato a erodersi, e gli autori indicano come causa principale la diga di Ponte Annibale, costruita nel 1952. Il dato più impressionante è l’enorme aumento delle aree urbanizzate, tra fine anni ‘50 e inizio anni ‘80. La superficie costruita è aumentata quasi dell’80%, in molti tratti proprio a ridosso della linea di riva. Oggi lungo la costa ci sono tratti soggetti a forte erosione e altri che invece accumulano sedimenti, anche per effetto di 52 opere di difesa nel Golfo di Gaeta. Nel loro lavoro, gli autori fanno anche una proiezione della linea di riva al 2022, prevedendo in tre dei quattro settori critici un arretramento di circa 2 metri l'anno, con diversi edifici che dunque finiscono con l’essere esposti. Il paper indica anche alcune misure di ripristino del paesaggio originario, e dunque della macchia mediterranea, di pinete e, appunto, zone umide.
Tarallo et al., Geophysical assessment of seawater intrusion: the Volturno Coastal Plain case study. Applied Water Science (2023). Lo studio è dello stesso gruppo di ricerca di Alberico et al. e ne prosegue il lavoro sulla piana del Volturno, questa volta nel sottosuolo. Con tomografie elettriche e sondaggi ha individuato acqua salata fino a 1,7 km dalla costa e acqua salmastra fino a 3 km. Gli autori la interpretano come intrusione marina. Questa interpretazione è diversa da quanto invece indicato da Colombani in un altro studio, del 2024, come vediamo qui sotto, che ritiene che gran parte di quel sale sarebbe acqua marina antica, rimasta intrappolata nei depositi delle vecchie lagune.
Colombani et al., Unravelling the salinity origins in the coastal aquifer/aquitard system of the Volturno River (Italy). Water Research (2024). Questo studio cerca di capire da dove viene il sale che contamina la falda nella piana del Volturno, rischiando il degrado, secondo altre ricerche, di circa 4.000 ettari di terreni agricoli. I ricercatori hanno prelevato dieci carote di sedimento fino a 30 metri di profondità e hanno analizzato l'acqua contenuta in 116 campioni. Le concentrazioni più alte di sale non sono nelle sabbie, ma negli strati argillosi e torbosi che si sono formati in seguito all’evaporazione e concentrazione di antiche lagune e paludi. Questi strati trattengono i sali e impediscono che vengano dilavati. Il rapporto tra cloruro e bromuro indica che nella maggior parte dei campioni il sale non viene dall'acqua di mare attuale. Si tratta dunque di acqua marina antica, concentrata per evaporazione in stagni poco profondi e rimasta intrappolata nei sedimenti. L'intrusione marina vera e propria interessa invece solo la fascia più vicina alla costa. Vicino al Lago Patria, a valle di un'area bonificata che era parte dell'antica laguna, la salinità arriva a 77 grammi per litro, circa il doppio del mare. Gli autori segnalano anche un limite dei metodi di monitoraggio più diffusi: i pozzi che misurano la salinità su tutta la loro profondità mescolano acque di strati diversi e non permettono di distinguere le varie fonti.
E dunque, come ben vediamo, anche le metodologie di ricerca e la raccolta dei dati rischiano, se non ben interpretate, portare a conclusioni non sempre coerenti tra loro. Come diciamo praticamente in qualsiasi corso di formazione e incontro pubblico, è fondamentale conoscere il processo dietro la ricerca scientifica per capire le domande che sono state poste e i metodi messi in campo per dare delle risposte. I dati non sono mai neutri né assoluti.

In questo angolo di Paludi stiamo costruendo con voi un database collaborativo dove mettiamo insieme le nostre ricerche con gli studi e le ricerche che ci segnalate voi. Vogliamo che questo database sia nutrito anche dal tuo contributo. Aiutaci a popolarlo! Rispondi a questa mail per suggerirci nuovi articoli da inserire.
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